25 novembre 2002 ore: 18:04
Salute

Fenomeno sempre più femminile: su 286 persone malate e assistite a domicilio, il 38% sono donne. Una ricerca della cooperativa Aidworks

ROMA – L’Aids sembra assumere un volto sempre più femminile: su 286 persone malate e assistite a domicilio, il 38% sono donne. Lo rileva una ricerca della cooperativa Osa Aidworks, presentata nei giorni scorsi durante l’incontro “Nuove strategie di intervento per le persone con Hiv-Aids: dall'assistenza per prestazioni all'assistenza per progetto”.
Si tratta della prima indagine sull'assistenza domiciliare nella capitale nei confronti delle persone con infezione da Hiv/Aids , finanziata dall'Istituto Superiore di Sanità e realizzata da Aidworks con la collaborazione di Consorzio Solco, Ceis, Caritas diocesana, Circolo Mario Mieli e Arché. Dai dati sull’assistenza domiciliare emerge che si allunga la durata della vita (il 58% dei pazienti ha tra i 36 e i 45 anni, il 32% ha più di 45 anni) e l'autosufficienza (60%, mentre il 40% è parzialmente o non autosufficiente). Il 18% vive solo, mentre ben l’82% degli assistiti condivide l’abitazione con i familiari.
A svolgere il ruolo di assistenti domiciliari 89 operatori, tra i quali 6 assistenti sociali, 5 psicologi, 3 educatori, 2 obiettori di coscienza e uno psichiatra. Il loro compito è quello di favorire la socializzazione, il reinserimento lavorativo e in attività di formazione, l’accompagnamento sul luogo di lavoro, il supporto nella cura dell’igiene personale e nella gestione dell’ambiente domestico. Si tratta, quindi, di figure “polivalenti”, e talvolta si oscilla tra “operatori super-eroi oppure mancanti di professionalità, tra un ruolo inadeguato oppure la mancanza di riconoscimento”, ha osservato Gerardo Lupi, coordinatore della ricerca.
Inoltre la “femminilizzazione del fenomeno” e l’allungarsi della vita, quindi della durata del rapporto tra operatore e assistito, contribuisce a far “scivolare la relazione a livello amicale: ma il rischio è nella vischiosità, di un coinvolgimento emotivo che potrebbe togliere professionalità al rapporto tra i due”. Molte assistenti domiciliari sono donne, per le quali spesso “è importante legare una relazione al successo lavorativo; questa istanza si può collegare alla richiesta – da parte del paziente – di alleanza e condivisione”.(lab)