13 maggio 2015 ore: 11:04
Non profit

“Basta con il low profit”. Maglie più strette per gli utili delle imprese sociali

Legge delega di riforma del terzo settore. Nelle intenzioni del relatore Lepri la modifica delle norme sulla distribuzione degli utili: serve un testo “più rigoroso” che eviti “interpretazioni estensive”. E negli appalti per il non profit "prevedere l'applicazione di contratti nazionali di lavoro"
Imprese sociali. Moneta e sfondo una vecchietta

ROMA – Maglie più strette e più severe per la distribuzione degli utili delle imprese sociali, con un riferimento confermato ai limiti massimi previsti per le cooperative a mutualità prevalente, con l'esplicita previsione che la “destinazione prevalente” degli utili deve essere coerente con lo scopo dell'impresa sociale, facendo di tutto per evitare il rischio di “interpretazioni estensive poco rispondenti all’orientamento non profit del terzo settore”. L'impresa sociale continua ad essere sotto i riflettori del dibattito sulla legge delega di riforma del terzo settore: dopo la discussione alla Camera dei deputati e le numerose polemiche e proteste che hanno accompagnato l'approvazione del testo, l'argomento sarà uno dei principali motivi di dibattito anche al Senato, dove il cammino è cominciato ieri.

A voler cambiare qualcosa, e in senso restrittivo, c'è anche il relatore Stefano Lepri, che nella relazione introduttiva, con riferimento ai criteri di distribuzione degli utili, da un lato mostra “apprezzamento per lo sforzo di sintesi realizzato” ma dall'altro “suggerisce di valutare la possibilità di un testo più rigoroso, che eviti il rischio di interpretazioni estensive e alla fine poco rispondenti all’orientamento non profit del terzo settore”. Per essere subito chiaro, Lepri non lascia passare tempo e mette nero su bianco quello che è un vero e proprio emendamento.

Attualmente, il testo approvato dalla Camera delega il governo a prevedere “forme di remunerazione del capitale sociale e di ripartizione degli utili, da assoggettare a condizioni e limiti massimi, differenziabili anche in base alla forma giuridica adottata dall'impresa, in analogia con quanto disposto per le cooperative a mutualità prevalente, che assicurino in ogni caso la prevalente destinazione degli utili al conseguimento degli obiettivi sociali”. Lepri ipotizza un testo alternativo, dando facoltà al governo di prevedere “forme di remunerazione del capitale sociale e di ripartizione degli utili, da assoggettare alle condizioni e ai limiti massimi applicati alle cooperative a mutualità prevalente e che assicurino comunque la prevalente destinazione degli utili a una riserva indivisibile, da destinare integralmente, in caso di scioglimento, ad altre organizzazioni di terzo settore con finalità coerenti con lo scopo dell’impresa sociale”. 

Da notare come Lepri – qui e altrove nel testo – sottolinei opportuno “porre attenzione a tutte quelle locuzioni (es. il “raggiungimento di obiettivi sociali”) che hanno forse un significato evocativo, ma che appaiono di dubbia pregnanza normativa, mentre sono da privilegiare riferimenti (es. “coerentemente con lo scopo individuato dagli statuti sociali”) rispetto a cui sia possibile in sede di controllo operare effettive verifiche”. Come a dire, evitiamo la poesia e la retorica e concentriamoci invece sui fatti: stiamo scrivendo una legge e dobbiamo farlo perchè poi venga applicata al meglio. Verifiche e controlli compresi.

Lepri dichiara apertamente di preferire, ovviamente, la sua versione a quella attuale, cioè quella del testo votato alla Camera, ma intanto prepara anche un piano B: “Laddove – dice - si intendesse optare per il mantenimento dell’attuale testo, aprendo quindi alla possibilità ad un sorta di low profit, occorrerà a quel punto escludere tali soggetti da talune forme di premialità quali la detraibilità e deducibilità in caso di erogazioni liberali o l’accesso al 5 per mille”.

Se da un lato mira a mettere paletti stringenti, il relatore dice chiaro e tondo che le imprese sociali hanno pieno diritto di cittadinanza: a suo parere, il testo uscito dalla Camera “presenta alcune incertezze circa l’appartenenza a pieno titolo dell’impresa sociale al terzo settore”, giacché in alcuni passaggi si parla distintamente di “enti di terzo settore e imprese sociali”, quasi che – sostiene - “si tratti di due diverse entità”. Pertanto, “va chiarito, sia nell’articolo 1 che nel testo complessivo, che le imprese sociali sono ricomprese entro la dizione “enti privati” e che esse fanno indiscutibilmente parte a pieno titolo del Terzo settore. Occorre cioè – insiste il relatore - eliminare ogni dubbio sul fatto che le diverse previsioni che nel testo ricorrono e che sono indirizzate “agli enti di cui all’articolo 1” siano anche ad esse riferite, cosa peraltro che sembra evincersi bene nella stessa definizione, per la quale le organizzazioni di terzo settore operano anche attraverso la produzione e lo scambio di beni e servizi”.

Non riguarda solo le imprese sociali ma va certamente notato il passaggio in cui il relatore afferma che “una parte significativa delle criticità che coinvolgono organizzazioni di terzo settore riguarda il trattamento riservato a chi vi lavora, soprattutto laddove ciò avviene a seguito di affidamenti pubblici”. “Ciò – dice - è legato anche ad una pluralità di contratti in essere, alcuni dei quali presentano condizioni significativamente peggiorative che rischiano paradossalmente di favorire chi le adotta nella competizione di mercato: ciò può essere contrastato, oltre che con procedure di affidamento che valorizzino adeguatamente gli aspetti di qualità, prevedendo l’applicazione di CCNL siglati con le organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative individuate nell’aver superato una soglia minima di rappresentatività stabilita negli accordi interconfederali e differenziata a seconda che si tratti di organizzazione sindacale singola o associata con altre”. (ska)

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