23 aprile 2012 ore: 15:15
Disabilità

“Handicappato”, “infelice”, “invalido”, ecc… Ecco gli appellativi della disabilità

Nel numero 2 del mensile “SuperAbile Magazine le parole con cui vengono apostrofate le persone con disabilità, commentate dagli esperti. Il comico Anzalone: “L’’accanimento terapeutico’ nell’uso dei sinonimi ci crea delle crisi d’identità pazzesche, tanto
Vannini/Superabile Vignetta Superabile Magazine - febbraio 2012
ROMA – “Costretto su una sedia a rotelle”, “matto”, “infelice”, “non vedente”: sono soltanto alcuni degli appellativi con cui vengono apostrofate le persone con una disabilità motoria, sensoriale o psichica. Li commentano ironicamente (e non solo) alcuni esperti interpellati dal numero 2 del mensile “SuperAbile Magazine”, per l’inchiesta dal titolo “Handicappato sarà lei!”.
Costretto su una sedia a rotelle. “È l’archetipo, la colonna portante, il tormentone dei luoghi comuni più biecamente usati dai giornalisti italiani. Se ci pensate bene, è perfino intraducibile. Solo nella nostra lingua sembra avere un senso”, osserva il giornalista Franco Bomprezzi. “E invece questa espressione è micidiale, perché parte dalla convinzione che l’handicap sia colpa della sedia a rotelle, e cioè sposta la disabilità, la mancanza di mobilità fisica, proprio su quel mezzo – la carrozzina – che al contrario consente, a chi ne fa uso, di muoversi liberamente o spinto da qualcuno”.
Bomprezzi ci tiene a precisare: “Ora la sedia a rotelle (in inglese wheelchair) è da un lato un ausilio tecnologicamente avanzato, versatile, personalizzabile, e dall’altro il ‘simbolo’ del paradigma della disabilità, a partire dal logo stilizzato del contrassegno internazionale. È forse questo il paradosso più intrigante dal punto di vista della comunicazione e dello stigma. Siamo ‘costretti’ a usare la sedia a rotelle, ma solo come simbolo. Per il resto, ben venga la libertà di muoversi a ruote”.

Handicappato.
“Abitualmente ci chiamano con una miriade di nomi tutti diversi: disabili, invalidi, invalidi civili, ipocinetici, affetti da deficit motorio che, a sentirlo, sembra si tratti di un nuovo modello di scooter...”, commenta il comico Zanza, nome d’arte di David Anzalone. Osservando che l’“accanimento terapeutico” nell’uso dei sinonimi “ci crea delle crisi d’identità pazzesche, tanto che non sappiamo più chi siamo! Forse qualcuno si sente più sollevato nell’usare questi eufemismi, pensando di essere un intellettuale alla ricerca di un linguaggio democratico e sensibile”. E a proposito del termine “normale”, aggiunge: “Già non siamo uguali nemmeno tra noi, figurarsi se possiamo essere uguali ai ‘normali’. Se poi penso che i cosiddetti normali sono quelli che leggiamo sui quotidiani: il marito che ammazza la moglie, la moglie che fa fuori il figlioletto, il deputato
che organizza i festini hard, la madre orgogliosa per la splendida carriera della figlia che partecipa ai festini hard del deputato... Sai cosa vi dico? Che io non solo non sono normale, ma non ci tengo neanche a esserlo!”.

Infelice.
“Quando sentirete pronunciare il termine ‘infelice’ associato a quello di ‘povero’, potete scommettere che nella maggior parte dei casi ci si stia riferendo a un disabile. In realtà il cosiddetto “povero infelice” potrebbe anche essere un cieco benestante, un tetraplegico che ha vinto la lotteria, un autistico figlio di Paperon de’ Paperoni”. Lo evidenzia ironicamente il giornalista Gianluca Nicoletti, padre di un ragazzo autistico. “Fastidiosa sorte dei poveri infelici; ritenuti tali solo perché sono, accidentalmente, altrimenti vedenti, udenti, deambulanti, raziocinanti. I supposti ‘poveri infelici’ però lo sanno che non è così, ma tacciono. Sono comprensivi, ci osservano e conoscono bene quanto sia tristanzuolo il nostro essere condannati a vita alla normalità”.

Normodotato.
“Parlare di normalità è veramente razzista. Se i normodotati sono quelli dotati di normalità, allora gli altri chi sono?”, si chiede l’attrice e cantautrice Antonietta Laterza, che si definisce “una sirena postmoderna con la carrozzina al posto della coda”. “In genere si tratta delle persone penalizzate dal punto di vista sensoriale o delle funzionalità. E se sono più sensibili, più intelligenti o più “dotati” poco importa, perché comunque non rientrano tra i normodotati”. Insomma, la definizione “apparentemente tecnica” nasconde “un giudizio su chi può essere considerato normale e chi no. Di più: è una categoria di giudizio e di valore non solo altamente discriminante, ma anche inadeguata alla realtà sociale che viviamo oggi. Siamo tutte persone con bisogni ed esigenze diversi sia dal punto di vista delle funzioni, sia dal punto di vista del pensiero”.


Leggi l’inchiesta sul secondo numero del magazine di Superabile.
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