14 ottobre 2015 ore: 16:10
Immigrazione

“I comuni delle aree montane pronti ad accogliere 280 mila immigrati”

L'Intergruppo parlamentare per lo Sviluppo della Montagna presenta uno studio e lancia l’appello al governo. Di fronte allo spopolamento e all'abbandono dei territori agricoli, la presenza di stranieri può avere un effetto positivo sulla produzione, l’ambiente il mantenimento dei servizi nei comuni
Da sx Ugo Baldini Enrico Borghi Roger de Menech Marco Bussone

Da sx Ugo Baldini Enrico Borghi Roger de Menech Marco Bussone

Da sinistra: Ugo Baldini, Enrico Borghi, Roger De Menech, Marco Bussone
Da sx Ugo Baldini Enrico Borghi Roger de Menech Marco Bussone

“C'è l'esigenza di sostituire alle reazioni emotive una visione analitica della realtà – spiega Enrico Borghi, presidente dell'Intergruppo parlamentare -. Per questo abbiamo incaricato la Fondazione Montagne Italia di mappare il fenomeno dell'immigrazione nelle comunità montane: ne sono emersi due aspetti, che vanno considerati ai fini delle scelte politiche generali. Innanzitutto la realtà è ben lontana dall'idea di invasione, e ci sono ottimi esempi di integrazione con benefici per gli stessi paesi ospitanti, integrando e sostituendo lo svuotamento demografico nei processi di filiera, come i sikh che nell'appennino emiliano si occupano della produzione del parmigiano reggiano, e nella manutenzione ambientale. L'afflusso demografico ha inoltre permesso di mantenere o ripristinare servizi alla comunità, come le scuole tenute aperte grazie all'arrivo dei figli degli immigrati”.

Contro lo spopolamento  
Ugo Baldini, della Fondazione Montagne Italia, spiega i dati rilevati nella ricerca, svolta attraverso dati statistici esistenti. “Quasi un quinto degli stranieri in Italia - 889.602 persone su un totale di 5.014.437 - vive e lavora nelle aree montane. C'è una grande disomogeneità territoriale, nel centro nord vediamo picchi, in cui la presenza femminile supera a volte quella maschile”. Primeggia in Piemonte la provincia di Asti, con l'11,29 per cento, in Lombardia è Pavia (10,58), in Emilia Romagna le aree appenniniche di Parma, Modena e Forlì (intorno all'115), in Toscana Siena e Grosseto (11,33 e 13,33 per cento). Viceversa, il sud Italia presenta un continuo spopolamento, che ha visto diminuire i giovani di 460mila unità in dieci anni. In queste zone anche l'immigrazione è molto minore, i dati della Campania ci danno percentuali sulla popolazione che vanno dal 4,49 della provincia di Caserta al circa 2,5 per cento nel beneventano e in Irpinia.
“Il fenomeno migratorio va inserito nel contesto: ci sono zone montane che hanno sofferto di un forte depopolamento e perdita di capacità riproduttiva, che statisticamente è doppia per i migranti”. La percentuale di stranieri sul totale della popolazione residente è mediamente del 8,25 per cento. Quella nelle zone montane è del 6,25. “Se la percentuale di stranieri in montagna crescesse in linea con la media nazionale – commenta Baldini -, ci sarebbero circa 280 mila persone in più da poter impiegare nella cura dei luoghi, nell'ospitalità e nei lavori agricoli”.

Cooperative di comunità e contadini   
In Italia nel 1961 il 90 per cento del territorio verde era in mano ad aziende agricole. Oggi siamo al 57 per cento, si è perso oltre un terzo del territorio in cinquant'anni, con punte locali incredibili, come in Liguria, dove oltre il 75 per cento del territorio è stato abbandonato. Questo fenomeno porta a un forte rischio idrogeologico, che ha ripercussioni soprattutto sulle valli. “Di fronte a questa situazione, gli immigrati rappresentano un'opportunità anziché una minaccia – continua il rappresentante della Fondazione -, le cooperative di comunità e i contadini possono essere ricettori di migranti, come sta accadendo nelle Langhe con i produttori di Barolo e Dolcetto, o come i boscaioli serbi nell'appennino piacentino. Ci sono territori che possono produrre e pagare direttamente, in un'ottica di sussidiarietà, altri più poveri che vanno aiutati. Bisogna guardare la geografia dei problemi, attuare politiche che tengano conto delle specificità”.

Integrazione virtuosa da chi conosce il valore di teste e braccia  
“Abbiamo interessanti esempi di comuni, da Riace alla Valcamonica, che hanno realizzato da soli progetti di inclusione, pur nelle difficoltà tecniche e organizzative – aggiunge Marco Bussone, vicepresidente Uncem Piemonte -. Si tratta di territori che hanno vissuto fin dagli anni '30 una fortissima emigrazione, e che conoscono il valore di teste e braccia, e svolgono un'accoglienza virtuosa. Non si può però chiedere a un comune di 100 abitanti di fare tutto da solo, ci vuole, come è già capitato in Piemonte con un'azione contro il dissesto idrogeologico, un sostegno delle comunità in valle, superando il classico campanilismo”.
Roger De Menech, vicepresidente dell'Intergruppo parlamentare, pone l'accento sulla necessità di fare rete: “Parliamo di aree poco densamente abitate e di piccoli numeri, che non ricevono attenzione mediatica, ma che offrono esperienze molto positive. Si tratta allora di creare le pre-condizioni perché si stabilisca un sistema di rete, che permetta ai richiedenti asilo di avere un'occupazione e sentirsi utili, agli immigrati di trovare un lavoro, e all'Italia di mantenere un territorio che è ormai abbandonato”.

Formare i sindaci sull’accoglienza  
L'obiettivo per l'Intergruppo parlamentare per lo Sviluppo della Montagna è quindi incentivare con azioni concrete l'integrazione: definire una strategia che coinvolga Regioni, Prefetture e Comuni e che definisca criticità e potenzialità dell'accoglienza nelle aree montane, formare i sindaci sulle possibilità legate all'accoglienza e sulle pratiche necessarie per l'avviamento al lavoro degli stranieri, individuare politiche specifiche e incentivi. Per questo scriveranno una lettera al presidente del consiglio Matteo Renzi e al ministro dell'Interno, Angelino Alfano, per la stesura di una risoluzione ad hoc. “I finanziamenti ci sono già – conclude Borghi – ci sono i fondi europei per lo sviluppo rurale, per la riforestazione contro il dissesto idrogeologico e per i welfare che rischiamo di rimandare a Bruxelles per mancato utilizzo. C'è inoltre la riorganizzazione istituzionale che dà alle regioni la responsabilità di individuare le aree omogenee, e la possibilità per i comuni di unirsi e fare rete. Si tratta solo di mettere a sistema le buone pratiche esistenti”. (Elena Filicori)

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