24 ottobre 2015 ore: 11:49
Immigrazione

“In Messico si può”: per 30 studenti siriani l’accoglienza che non ti aspetti

L’opportunità creata dal progetto Habesha, nato da una rete di attivisti internazionali che include anche alcuni italiani. Essa Hassan, 26 anni, aspirante ingegnere, è il primo siriano a essere arrivato nel paese dell’America centrale
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#EnMexicoSePuede. Condensata in un hashtag che recita “In Messico si può”, c’è la speranza di 30 studenti siriani. Essa Hassan, 26 anni, è stato il primo: dalla fine di settembre è arrivato nel paese centroamericano, nello stato di Aguascalientes, dove riprenderà a studiare ingegneria con una borsa di studio dell’Università Panamericana. Essa Hassan ha lasciato la Siria nel 2012, spostandosi prima in Turchia, poi in Libano. Nel 2014, con la lettera di invito di una famiglia di amici italiani, è arrivato a Roma con un visto turistico. E finalmente da poche settimane è volato a Città del Messico, grazie alla rete di solidarietà internazionale del progetto Habesha, fondato due anni fa dal 35enne messicano Adrian Melendez.

Essa Hassan arriva in Messico
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“Abbiamo scelto il nome Habesha perché in questo antico regno, tra Etiopia ed Eritrea, si dice avessero trovato rifugio dalle persecuzioni i primi seguaci di Maometto, dopo la cacciata del profeta dalla Mecca”, spiega Adrian, che precisa: “Il nostro è un progetto laico, ma questo nome racconta una storia simbolica, di due nazioni con differenti religioni e culture che hanno costruito un rapporto di fiducia e accoglienza anche senza conoscersi prima”. Proprio come Siria e Messico, due terre lontanissime, ma legate dall’intuizione di Adrian e da una rete di giovani attivisti sparsi per il mondo, Italia inclusa. Cooperanti, professionisti, esperti di comunicazione, insieme hanno costruito un meccanismo di selezione per gli studenti siriani da coinvolgere nel progetto, e poi cercato finanziamenti, borse di studio e famiglie messicane disposte a partecipare alla prima accoglienza, per aiutare i giovani appena arrivati ad ambientarsi.

“L’idea è stata quella di coinvolgere studenti che a loro volta potessero diventare parte attiva del progetto”, racconta Martina Iannizzotto, da anni cooperante in Medio Oriente, prima in Palestina, poi in Siria e ora in Libano: “I ragazzi e le ragazze che, come Essa, progressivamente riusciranno ad arrivare in Messico, hanno l’obiettivo e il sogno di contribuire, non appena sarà possibile, alla ricostruzione civile, sociale e materiale del proprio paese”.

Essa, che ha preso la decisione di partire quando ha capito che rischiava di doversi arruolare nell’esercito, è originario di Marzaf. Abdul Qader Saleh Mohammed, un altro dei candidati al trasferimento in Messico, viene da Damasco. Dal 2013 è rifugiato nel Kurdistan iracheno. Jessica Alakhras, classe 1996, è anche lei di Damasco.

Campo profughi a Erbil
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“Gli studenti che stanno partecipando al progetto sono alawiti, sunniti, sciiti, drusi, curdi e armeni. Uomini e donne, conservatori o progressisti. Praticamente c’è tutta la Siria, con la sua varietà culturale, linguistica e religiosa, in un unico gruppo. Al momento molti di loro sono già rifugiati in Libano, Kurdistan o Turchia”, riprende Adrian. Ha avuto l’idea del progetto Habesha dopo alcune esperienze di volontariato tra il Libano e il Kurdistan, prima con l’ong spagnola “Azione contro la fame” e poi con “Un ponte per…”. E poi ha coinvolto, progressivamente, coetanei, amici e colleghi, in un lavoro iniziato da circa due anni di cui ora si vedono i primi frutti concreti.

“Siamo riusciti a ottenere l’interesse del governo, a convincere le università a concedere borse di studio, e abbiamo fatto raccolte fondi in modo da sostenere le spese degli studenti in arrivo”, spiega ancora Adrian. “Al momento stiamo cercando di risolvere i problemi legati ai documenti, perché spesso chi ha dovuto lasciare in fretta e furia il proprio paese non ha potuto portare con sé diplomi o passaporti”.

Campo profughi in Kurdistan
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Il progetto punta anche a creare consapevolezza sul conflitto siriano e sulle sue conseguenze e per gestire tutte le procedure necessarie all’arrivo degli studenti è nata l’organizzazione non governativa Dime: Dialogo intercultural de Mexico Activo. In Messico, l’arrivo di Essa Hassan è stato seguito da stampa, televisione e siti web in tutto il paese. I commenti, spiega Adrian, sono in generale positivi: “Sempre più persone ci scrivono per sapere come si può collaborare, offrendo aiuto, disponibilità di alloggio o cibo. Alcuni scrivono anche che dovremmo aiutare ‘prima i messicani poveri’. Ma sono una minoranza”. (Giulia Bondi)

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