10 maggio 2019 ore: 11:50
Disabilità

"La città che cura", il film che operatori della sanità e politici dovrebbero vedere

Erika Rossi, autrice del film sul rivoluzionario progetto di salute pubblica in corso a Trieste, ci guida a capire l'eccezionalità dell'esperienza: "Si dà alla persona sola la possibilità di fare riferimento a una rete sociale, e a risaltare sono un’empatia e un’umanità che spesso non associamo al settore della sanità"
La città che cura, locandina

Trieste, la città di Basaglia, è sempre stata la culla di un nuovo modo di intendere la salute. Non poteva che nascere qui Microaeree, un progetto rivoluzionario, unico in Europa, che interviene sul territorio per influire positivamente sulla salute delle persone. Abbiamo visto La città che cura, il film di Erika Rossi distribuito da Lo scrittoio e Tico Film, e abbiamo parlato con la regista per capire come ha scelto di raccontare la storia di questa esperienza unica, che possiamo chiamare medicina territoriale, o medicina di comunità.

“Questo progetto è applicato solo a Trieste” ci ha spiegato. “I creatori sono gli eredi di Basaglia: l’idea è allargare il concetto di salute alla vita stessa della persona, al di là dei suoi problemi di salute, e considerarla come una persona a tutto tondo, nelle sue problematiche più ampie e nella sua rete sociale. Perché la salute è anche il risultato dello stato delle relazioni sociali di cui la persona dispone. L’eccellenza di questo progetto di salute sul territorio è che dà alla persona che è sola la possibilità di fare riferimento a una rete sociale: la presenza dell’istituzione all’interno del territorio, in spazi che diventano punti di riferimento, può essere un aiuto non solo per una visita medica, ma per qualsiasi problema che la persona abbia, anche solo quello di essere solo”.

Erika Rossi tiene a farci capire quale sia l’eccezionalità del progetto. “È proprio l’azienda sanitaria locale che crea questo servizio, non sono delle singole associazioni”, spiega. “È un progetto di governance, in coordinamento con il Comune di Trieste, e l’ente per l’edilizia popolare, l’Ater. Non esiste da nessuna altra parte al mondo un’istituzione che crei un progetto così coordinato all’interno del territorio”. Il progetto Microaree è stato messo a punto nel 1998, ma ha preso forma nel 2005. Ogni Microarea copre una popolazione che varia tra i 2000 e i 2500 abitanti. Oggi ci sono 18 sedi a Trieste che coprono altrettanti quartieri.

Per raccontare il progetto Erika Rossi ha scelto il punto di vista di Monica, una delle referenti del progetto Microaree a Ponziana, e accanto a lei quello di tre anziani, Plinio, Roberto e Maurizio. Monica gira per il quartiere, conosce tutti, raggiunge le persone nelle loro abitazioni. Sa come ascoltarle, e sa come parlare loro. “Monica, come referente di Microarea, ha una formazione sociologica, ma molto corposa”, ci spiega la regista. “Quasi tutti i ragazzi del gruppo hanno una formazione di questo tipo, altri vengono da un percorso infermieristico ma hanno fatto un'ulteriore formazione per comprendere la visione allargata, sociale del progetto”. A risaltare sono soprattutto un’empatia e un’umanità che spesso non associamo al settore della sanità. “È l’approccio basagliano alla salute” commenta Erika Rossi. “È proprio la concezione basagliana che risveglia la capacità empatica, è quella formazione che ti fa capire che la persona non è il suo problema di salute, che tu non sei importante perché le fornirai una prestazione ambulatoriale, ma perché sarai una persona davanti a quella persona”. Monica, e gli altri referenti, hanno un ruolo importantissimo perché assicurano una continuità: sono sempre dentro la storia di una persona, non solo nel momento in cui ha bisogno, quello del ricovero. E, in questo modo, la rendono parte di una comunità. È proprio questo che esce prepotentemente da La città che cura.

È un film che dovrebbero vedere tutti, ma soprattutto i cosiddetti decisori, gli operatori della sanità e i politici, perché indica una strada che può davvero portare al bene delle persone. I dati dicono che si è notata una diminuzione importante del numero di ricoveri dove sono presenti le Microaree. “Microaree è attivo sul territorio da più di dieci anni e ad oggi non è riuscita a comunicare il progetto in modo sufficientemente forte ed efficace per uscire dal suo ambito”, spiega la regista. “Il tour del film va di pari passo alla presentazione del libro omonimo proprio per creare dibattito su questo modello. Nelle città dove verranno presentati si cercherà di andare a raggiungere quella rete associativa e quelle istituzioni che possono avere interesse a conoscere meglio il progetto e capire quanto possa essere importante per qualsiasi territorio”. (Maurizio Ermisino)

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