20 giugno 2019 ore: 10:00
Immigrazione

“Picchiato da 9 migranti”. La denuncia non c'è, querelato per diffamazione

Il direttore del Cas di Tavazzano (Lodi) parla ad aprile di “sputi, calci e pugni”. La Prefettura caccia i richiedenti asilo ma nessuno è stato indagato. Denunciato. Versione dei migranti raccolta dal Naga: “Protesta pacifica, nessuna medicina e cibo senza date di scadenza”
Giustizia, tribunale, giudice, martello

MILANO – Il direttore del centro di accoglienza ha detto al Giorno che i migranti lo avevano “sollevato di peso e sbattuto fuori, ho avuto paura”. È successo il 18 aprile 2019. Una settimana dopo, gli accusati sono fuori dal centro. Ora hanno sporto denuncia in Procura per diffamazione aggravata e falso ideologico e indicato altri 12 ospiti della struttura come persone informate che possono confermare la loro versione dei fatti. Il 24 aprile 2019, nove dei richiedenti protezione internazionale del centro di accoglienza “Hotel Napoleon” di Tavazzano con Villavesco, gestito dalla cooperativa Azione sociale di Caccamo (Palermo), ricevono la revoca dell'accoglienza dalla prefettura, ufficio di Lodi. I decreti di espulsione dal Cas sono firmati dalla dottoressa Sara Morrone – dirigente dell'Area Diritti civili e immigrazione, nonché Capo di Gabinetto del Prefetto Marcello Cardona, già Questore di Milano – e riportano tutti la stessa motivazione: i carabinieri di Lodi e Tavazzano sono dovuti intervenire nel Cas dove i migranti minacciavano di morte e aggredivano fisicamente il responsabile della struttura. Comportamento ritenuto “gravissimo” e “incompatibile con qualsiasi progetto d'accoglienza”.

Così racconta al quotidiano milanese quei momenti l'educatore e responsabile del Cas da 57 posti nella provincia lombarda, Salvatore Polito: “Durante l’aggressione, giovedì scorso, da parte di nove richiedenti asilo, avvenuta con sputi, calci, pugni, finché non mi hanno sollevato di peso e sbattuto fuori, ho avuto paura. Anche oggi (ieri, ndr) tremo, da quando alle 6 le forze dell’ordine sono venute, hanno detto ai sette nigeriani e ai due maliani di fare i bagagli e lasciare l’edificio. Ma mi è dispiaciuto vederli andare via: erano ragazzi, tra i 20 e i 26 anni, che avevo formato, cresciuto, curato”. Secondo Polito, i motivi della rabbia sono da ricercarsi nelle richieste d'asilo bocciate. “Il problema è che questi ragazzi vanno a raccontare le loro storie davanti alle commissioni – ha raccontato – ma poi i dinieghi della richiesta di asilo arrivano via pec ed il compito gravoso di dargliene comunicazione spetta a me. È per questo che il 18 aprile, attorno all’ora di pranzo, sono stato aggredito: ho comunicato a due dei 57 ospiti il respingimento della richiesta e loro mi hanno ritenuto responsabile”.

Non è andata così, invece, secondo gli uomini africani e l'associazione Naga di Milano alla quale si sono rivolti e che li difende tramite l'avvocato, Michele Spadaro. I ragazzi espulsi dal Cas ora hanno messo nero su bianco la propria versione dei fatti in una denuncia per diffamazione aggravata e falso ideologico. Non c'è stata nessuna aggressione fisica e nessuna minaccia di morte – sostengono – come dimostra il fatto che nessuno dei nove è stato denunciato per lesioni o minacce, identificato per future azioni penali dai Carabinieri o portato in tribunale per direttissima. Si è trattato di una “pacifica protesta da parte degli ospiti nei confronti del signor Polito che aveva disatteso ai propri obblighi di legge” si legge della denuncia-querela. Protesta nata da più motivi: cure mediche ritardate da tempo all'occhio di un ragazzo nigeriano di 23 anni quasi cieco e sordo e assenza di illuminazione e lampadine nella stanza di un altro ventenne. Uno dei ragazzi espulsi dal centro testimonia di aver sentito dalla sua stanza dei rumori provenire dalla reception, essere accorso e di aver visto una protesta in corso senza atteggiamenti intimidatori, minacciosi o violenti. Tanto che l'operatore di Azione Sociale lascia da solo la struttura minacciando di chiamare i Carabinieri ed effettivamente chiamando quelli di Tavazzano, mentre saranno gli ospiti a telefonare a militari di Lodi. Salvatore Polito e due uomini africani vanno in caserma e raccontano le loro versioni. Nessuno viene identificato. Alla sera l'italiano torna al centro, prende i suoi effetti personali e viene sostituito per qualche giorno. Una settimana dopo, intorno alle 5 del mattino, i Carabinieri si presentano, fanno svegliare alcuni gli ospiti e intimano di firmare copia della revoca delle misure di accoglienza disposta dal Prefetto di Lodi e di abbandonare la struttura.

Altre testimonianze allegate alla denuncia e firmate dai richiedenti asilo parlano di ritardi nelle comunicazioni da parte di Salvatore Polito. Per esempio nel non aver comunicato a un uomo nigeriano che sarebbe dovuto andare in Commissione per la protezione internazionale il 31 gennaio 2019, giustificandosi con ritardi imputabili alla Questura di Lodi che non gli avrebbe notificato nessuna comunicazione fino al 22 marzo. La mediatrice del centro tuttavia ha chiamato la Questura quel giorno stesso per chiedere spiegazioni. La Questura ha ribadito come la notifica fosse stata inviata e arrivata per tempo. Un altro testimone ancora racconta delle condizioni dentro la struttura di accoglienza nel lodigiano: di non aver mai visto un medico, un avvocato o uno psicologo dentro al centro. Non esiste una cucina e viene distribuito cibo confezionato senza data di scadenza. Se si rompono i servizi sanitari o compaiono muffa e infiltrazioni di acqua sui muri, nessuno interviene. Qualunque problema di salute veniva gestito con la distribuzione di antidolorifici Oki e infine che, se con i nuovi arrivati il signor Polito ha sempre degli atteggiamenti educati, con gli ospiti di più lungo periodo sono volate parole pensati come “animali, tornate in Africa”. Le due testimonianze concordano sul fatto che sono stati gli stessi africani a chiedere di chiamare la Polizia per risolvere i problemi. L'operatore di Azione Sociale è uscito con il telefono all'orecchio per telefonare alla locale stazione, mentre uno dei richiedenti asilo ha chiamato i carabinieri del capoluogo di provincia.

Non è la prima che volta che la cooperativa siciliana Azione Sociale finisce sotto i riflettori. Nel 2013 si chiamava Lampedusa Accoglienza – con sede allo stesso indirizzo odierno – e finì al centro del video pubblicato dal Tg2
 che mostra migranti in fila nudi per essere sottoposti a disinfestazione dalla scabbia con un getto d'acqua di una pompa. Legacoop Sicilia chiese e ottenne la rimozione dei vertici, in seguito alla scandalo prodotto da quelle immagini, girate a due mesi di distanza dai naufragi dell'ottobre 2013. Redattore sociale ha chiesto agli interessati una replica. La dottoressa Sara Morrone della Prefettura di Lodi non è stata per il momento raggiungibile al suo ufficio. La Cooperativa Azione Sociale di Caccamo non ha risposto a mail e i suoi due numeri di telefono non squillano ma mandano in loop una musica. All'Hotel Napoleon di Tavazzano risponde una voce maschile dicendo che il signor Salvatore Polito è fuori per mansioni e che rientrerà dopo pochi minuti. Da quel momento smettono di rispondere al telefono.

“Siamo molto amareggiati per i richiedenti asilo che si sono trovati coinvolti in questa triste vicenda e che difendiamo con convinzione, ma non siamo stupiti di quanto avvenuto” dichiara la presidente del Naga Sabina Alasia. “L'attuale sistema di accoglienza – prosegue la Presidente dell'associazione milanese – è assolutamente inefficace e non-accogliente: si tratta di un sistema basato sulla miglior offerta economica al ribasso che mette in secondo piano la qualità dei servizi da garantire agli ospiti, e dove il monitoraggio che dovrebbe fare la Prefettura non sempre è tempestivo. Il cosiddetto decreto sicurezza, entrato in vigore a ottobre 2018, ha aggravato ulteriormente una situazione già molto deteriorata: il sistema Sprar che rappresentava, pur con dei limiti, le esperienze più positive, è stato di fatto smantellato a favore di una gestione possibile solo per i grandi numeri”. “Come Naga continueremo a monitorare il sistema, a dare assistenza a chi si rivolge a noi e a denunciare ogni discriminazione” conclude Alasia. (Francesco Floris)

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