23 gennaio 2015 ore: 10:38
Economia

“Noi operai del tessile, senza ferie né cure mediche per arrivare a fine mese”

La fotografia dei lavoratori dei settori abbigliamento e calzature nell’indagine della campagna Abiti Puliti. “Non solo Bangladesh e Cina, le condizioni sono dure anche in Italia”. Salari medi mensili di 1.100 euro, ma le spese coprono a malapena le entrate
Laboratorio di cucito. Macchine per cucire vuote

ROMA – Ricevono un salario medio di 1.100 euro, che però è inferiore di 500 euro rispetto al salario medio vivibile secondo l’Istat, ed è circa 600 euro inferiore a quello che loro ritengono essere un salario dignitoso in base alle proprie esigenze di vita. Qualche volta lavorano in nero, altre volte con contratti di apprendistato che durano sei anni, spesso con straordinari che non vengono mai pagati. Le condizioni dei lavoratori del tessile non sono dure soltanto in Bangladesh o in Cina, dove viene fabbricata gran parte dei nostri vestiti, ma anche in Italia. Lo rivela l’ultima indagine della campagna Abiti Puliti, sezione italiana della Clean Clothes Campaign, che ha effettuato una ricerca approfondita sulle condizioni salariali esistenti nel settore abbigliamento e calzature in Italia per capire se anche nel nostro Paese si pone un problema di rispetto del salario vivibile. Il dossier si concentra in particolare su tre distretti del tessile: Riviera del Brenta (Venezia), Napoli e Prato. Gli operai del tessile fabbricano merci molto care, spesso di lusso, ma i loro salari sono tutt’altro che lussuosi.

In particolare, l’indagine rivela, attraverso esempi concreti, l’inadeguatezza di alcuni salari nei tre comparti del tessile. Nella Riviera del Brenta, ad esempio, si riporta la storia di Carlo, che guadagna 1.150 euro al mese e abita da solo. Allo stipendio base si può aggiungere la tredicesima mensilità che corrisponde a poco meno di una retribuzione mensile. Essendo occupato in una grande azienda dell’area, nel mese di luglio o di agosto gli viene corrisposto il premio di vantaggio legato alla presenza e al raggiungimento della resa produttiva che nel suo caso corrisponde a circa 800 euro. La spesa media mensile di Carlo è di 1.100 euro: per la propria alimentazione circa 230 euro, per il piccolo mutuo 250 euro, per le sigarette 150 euro, per le bollette del gas, acqua, elettricità, immondizia, abbonamento Rai circa 120 euro, per l’automobile (assicurazione, bollo, alimentazione, riparazioni, ammortamento) 110 euro, per l’alimentazione degli animali, le sementi per l’orto e altre spese inerenti circa 70 euro, per l’abbigliamento e le calzature 50 euro, per i pranzi esterni e altre spese al bar circa 70 euro, per gli elettrodomestici circa 30 euro, per la sanità 10 euro, per il telefono 10 euro. In base al reddito e alle spese, l’operaio riferisce che negli ultimi anni ha dovuto rinunciare al telefono fisso a casa poiché la spesa di circa 25 euro mensili era eccessiva, oltre che al quotidiano che acquistava regolarmente. Può contare sull’aiuto informale di alcuni vicini che gli regalano del pane raffermo per gli animali da cortile e su quanti nello stesso modo gli regalano vestiti ormai dismessi.

Dalle interviste effettuate emerge che ai livelli retributivi attuali, la maggioranza dei lavoratori riesce a condurre una vita accettabile solo se ha una casa di proprietà e nessun mutuo da pagare, non riuscendo tuttavia a mettere da parte risparmi per affrontare le spese impreviste. Risultano indispensabili come integrazione al reddito, in particolare per le famiglie monoreddito composte da due adulti e uno o due minori, le ore prestate in straordinario (dove è possibile è lo stesso lavoratore a richiedere il pagamento fuori busta per ottenere la somma piena, senza trattenute contributive) e il sostegno delle famiglie d’origine. Le rinunce più comuni riferite dai lavoratori per far quadrare il bilancio familiare riguardano le spese per ferie, per cultura e tempo libero, per accertamenti sanitari e cure mediche. 

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