31 luglio 2019 ore: 11:20
Società

“Ops!”: studenti aiutano i pazienti in attesa al pronto soccorso

di Alice Facchini
Il nuovo progetto del Centro Antartide impiega gli studenti di sociologia dell’Università di Bologna per migliorare il tempo di attesa in ospedale. Come? Portando un bicchiere d'acqua o un caffè, offrendo ascolto e attenzione
Progetto Ops pronto soccorso accogliente

BOLOGNA – L’attesa, si sa, va “ingannata”, ma a volte è lei a trarci in inganno dilatando tempi che, in altre situazioni, ci sembrerebbero molto più brevi. Questo accade in particolar modo al pronto soccorso, dove il dolore fisico sommato all’ansia del responso medico fa apparire l’attesa quasi insopportabile. Per supportare i pazienti e trovare nuove soluzioni per migliorare il servizio, a Bologna nasce Ops!, Ospitalità al Pronto Soccorso, il progetto promosso dal Centro Antartide in collaborazione con le tre aziende sanitarie della città, l’Università di Bologna e il contributo della Fondazione Carisbo.

 “Oggi il tema della gentilezza e dell’umanizzazione dei luoghi di cura è sempre più centrale – spiega Marco Pollastri, presidente del Centro Antartide –. Esistono spazi interstiziali, come l’atrio e la sala d’aspetto dell’ospedale, che non sono gestiti direttamente dal personale sanitario, ma che diventano fondamentali per far sentire le persone accolte e assistite”.

Il progetto è partito con sedici studenti di sociologia dell’Alma Mater Studiorum (6 all’ospedale Maggiore, 6 al Sant’Orsola e 4 al Rizzoli): prima di iniziare, i ragazzi hanno seguito un percorso di formazione orientato all’interdisciplinarità, dove hanno studiato l’organizzazione delle strutture ospedaliere e imparato a gestire i conflitti attraverso un approccio nonviolento e l’uso della gentilezza. Poi è partita la fase operativa: oggi nelle sale d’attesa del pronto soccorso si vedono questi giovani con la maglietta verde di Ops!, che non stanno seduti dietro un tavolino ma si muovono liberamente, avvicinando le persone per domandare se hanno bisogno di aiuto.

“All’inizio avevamo paura di disturbare o di intralciare i medici e gli infermieri, poi pian piano abbiamo capito che sono tanti quelli che hanno bisogno di una chiacchiera o di un sorriso – racconta Maria Genco, 25 anni, studentessa di sociologia che fa il tirocinio al Maggiore –. In una struttura ospedaliera così grande è facile perdersi: basta semplicemente dare alcune indicazioni per aiutare le persone a orientarsi e farle sentire subito meno smarrite”.

Ops! è indirizzato in particolare a coloro a cui viene assegnato un codice bianco o verde, dunque ai casi meno gravi: “Ci sono molti anziani che hanno voglia di parlare – continua Maria –. Incontriamo tante persone sole: qualche giorno fa ho aiutato una signora con una grave malattia cronica, che nella vita non aveva nessuno se non il suo gatto. Mi ha fatto tenerezza quando mi ha raccontato di essere una frequentante abituale del pronto soccorso, dove passa il tempo un po’ perché soffre di ipocondria, un po’ per stare in compagnia. Quando ci siamo salutate, alla fine mi ha chiesto: ‘Allora, ci vediamo domani?’”

Ma non tutti gli ospedali sono uguali. Lucrezia Bellini, anche lei iscritta al corso di sociologia e ricerca sociale, sta lavorando al Rizzoli: “Essendo un istituto ortopedico, abbiamo a che fare soprattutto con persone che hanno una slogatura, una distorsione o un osso rotto – spiega –. Noi agiamo come ‘cuscinetto’ tra il personale sanitario e gli utenti, intervenendo ‘fra le pieghe’ dell’accoglienza: mentre per i pazienti costretti all’inattività il tempo non passa mai, i medici e gli infermieri lavorano in condizioni di grande pressione e non hanno tempo per dare attenzioni a tutti. In mezzo ci siamo noi, che cerchiamo di tranquillizzare le persone e di proporre attività per occupare il loro tempo”.

Cosa si potrebbe fare, infatti, per rendere il pronto soccorso un luogo più accogliente? Sono bastati pochi giorni e già gli studenti hanno proposto alcuni semplici accorgimenti: portare un bicchier d’acqua o un caffè, installare una colonnina per ricaricare il cellulare, oppure allestire un angolo con riviste, giornali e libri. “L’obiettivo di questa sperimentazione è anche quello di fornire alle aziende sanitarie nuovi spunti e suggerimenti per rendere più ospitali gli spazi del pronto soccorso – afferma Marco Pollastri –. Ecco perché abbiamo scelto di coinvolgere gli studenti non di medicina o infermieristica ma di sociologia, che in futuro diventeranno operatori e assistenti sociali e che hanno una formazione particolarmente attenta ai bisogni della persona”.

Fino ad ora, la risposta è stata molto positiva e i pazienti si sono dimostrati soddisfatti di questo servizio: “Tra settembre e ottobre partirà la fase di valutazione, dove ci confronteremo con gli studenti e con il personale sanitario per capire le potenzialità e le fragilità del progetto – conclude Pollastri –. Inoltre, porteremo avanti un’indagine quali-quantitativa, distribuendo un questionario agli utenti del pronto soccorso per misurare l’effettiva efficacia della nostra azione. Capiremo così se è possibile proseguire l’attività di Ops!, rendendolo un progetto strutturato nel tempo”. 

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