28 novembre 2014 ore: 11:42
Società

"Quando mi chiamavano 'essere'": la vittoria di una trans che oggi lavora all'Ikea

Veronica Fischetti, nata a Taranto 32 anni fa, è stata cacciata da casa dal padre. Dopo essersi prostituita e aver lavorato in diverse realtà dove è stata vittima di avances sessuali, ha deciso di smettere ed è stata aiutata dal progetto Diversitalavoro dell'Unar
Il negozio Ikea di Pescara

 

Veronica Fischetti
Veronica Fischetti

Roma – "Per favore, si accomodi fuori. Guardi, un essere così nel mio ristorante non lo voglio. Sì, ha detto proprio così: 'essere'». E lo ha detto dopo aver guardato la carta d’identità, perché Veronica Fischetti una trans non lo è sembrata mai. Anche, ma non solo per questo, la sua è una storia singolare. In poche righe si può dire che è di un paesino vicino Taranto, ha 32 anni da tre giorni, e da quando ne aveva quindici ha iniziato a prendere ormoni per la trasformazione - o "transizione" - male to female. Il padre ha aspettato che arrivasse alla maggiore età per poterla cacciare di casa: è andata a Torino e poi in Emilia Romagna, passando per Rimini, Imola e fermandosi poi a Bologna. Sei anni fa è diventata attivista del Mit, il Movimento d’Identità Transessuale. Oggi lavora all’Ikea bolognese, come addetta alle vendite del reparto letti matrimoniali. Prima un tirocinio, poi un contrattino a tempo determinato, con la speranza che si rinnovi o si trasformi in un posto stabile. L’ha aiutata il progetto dell’Unar  Diversitalavoro  di cui oggi Veronica parla, per dare la sua testimonianza insieme con Stefania Delpaolo nel convegno “Storie di opportunità. Oltre le barriere” (a Porta Futuro della Provincia di Roma). Il convegno è organizzato dall’Unar nell’ambito del Career Forum delle pari opportunità, l’appuntamento  annuale per favorire l’incontro tra le aziende e le persone con disabilità, appartenenti alle categorie protette, di origine straniera e transgender per valutarne l’inserimento professionale.

Veronica, che cosa è successo dopo aver lasciato Taranto?
Mi sono dovuta aiutare in qualche modo da sola, un po’ con il classico vissuto che ci accomuna tutte. Tra alti e bassi, continue ricerche di lavoro e porte sbattute in faccia, si fa l’errore di pensare che la prostituzione sia la via giusta. Crescendo questa cosa per me è diventata sempre più devastante: mi sentivo costretta in qualche modo ma, anche per il luogo comune che la persona transessuale può fare solo le marchette, mi ero convinta che potessi fare solo quello. Allo stesso tempo provavo disgusto, vivevo malissimo ciò che facevo. A un certo punto c’è stato un click nella mia vita e ho cambiato strada.

Com’è stato il suo rapporto con il mondo del lavoro?
Ho sempre fatto lavori a tempo breve, nei ristoranti o stagionali nei villaggi: ho il diploma di animatore turistico. Il problema è che doveva esserci sempre un compromesso, del tipo: "Se ti do da lavorare, voglio sesso in cambio". Questo, non appena vedevano i documenti. Perché prima riesco a passare inosservata, è dopo aver mostrato la carta d’identità che partivano le avances.

Vuole dire che i suoi datori di lavoro ci provavano, solo perché è transessuale?
Sì. Nell’immaginario c’è il mito della persona transessuale come la figura perfetta della trasgressione dell’uomo e della donna. Si crede che una transessuale essendo stato uomo o essendolo, conosca meglio di tutti i bisogni dell’uomo e possa soddisfarli meglio di una donna. Perciò spesso mi sono trovata in queste situazioni incresciose.

Che cosa è cambiato?
Ho fatto un mio percorso, anche religioso: sono diventata praticante buddista e ho deciso, con tutte le mie forze, che non sarei mai più scesa a compromessi. Ho capito che c’era anche una parte di me che ci stava, a queste situazioni, per cui era da me che doveva partire la decisione di cambiare. Questo è stato il mio “click”: ho deciso che non sarei scesa a compromessi ma che mi sarei impegnata a dare valore e dignità come persona alla mia vita. Questo grazie anche al Mit, che ho conosciuto sei anni fa. Dire basta è stata la mia gioia più grande, sono riuscita a ri-allenarmi a sentire il valore di me stessa e della mia vita e ho puntato a farmi conoscere come persona a chi me ne dava la possibilità. Non tutte le persone sono uguali: io ne ho incontrate anche alcune dal cuore grande. Oggi per me sarebbe impensabile tornare indietro.

Qual è il problema più grande per le persone transessuali secondo lei, nella ricerca del lavoro?
Il problema da noi è la visibilità. Soprattutto per le persone male to female, siamo più visibili: c’è sempre chi ti “sgama”. Questa visibilità è legata anche al famoso stereotipo della marchettara, che fa pensare a un datore di lavoro di fargli fare brutte figure se ci dà un’occupazione. A volte anche noi cadiamo nell’errore di ostentare troppo la nostra femminilità, cadendo nel ridicolo. Questo può dare fastidio, in una società molto attenta alla customer care. Molte aziende si sono aperte all’assunzione di persone transessuali però ci vuole anche un certo ritegno. Una persona si deve fare valutare per le proprie competenze e le proprie capacità. Poi c’è chi discrimina a priori, come il ristoratore che mi ha chiamato “essere” e mi ha sbattuta fuori.

Quanto l’ha aiutata l’Unar con Diveristalavoro?
Tantissimo. È una grande iniziativa, sono molto emozionata e orgogliosa di raccontarla e di rappresentare il Mit. All’Ikea ho cercato veramente di impegnarmi il più possibile e il fatto che mi abbiano richiamata e che mi abbiano dato tanti feedback positivi dopo il tirocinio per me è importantissimo. La precarietà c’è sempre, non abbiamo risolto i problemi di una vita però qualcosa si inizia a percepire nell’aria: oggi mi vedono come Veronica che si impegna a fare le cose e ha sempre il sorriso sulle labbra. Essere una persona transessuale per me significa anche questo. (Ida Palisi)

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