4 ottobre 2013 ore: 19:06
Immigrazione

“Quel barcone non doveva partire. Impossibile che nessuno se ne sia accorto”

Parla Stefano Manservisi, direttore generale immigrazione della Commissione Europea: “Per Frontex Serve un comando condiviso tra i paesi del Mediterraneo. Stavolta dalla Libia non è arrivato nessun segnale, non deve succedere più”
Sbarchi, immigrati su una nave in penombra

NEW YORK – “Di fronte alla tragedia di Lampedusa, Frontex deve fare un salto di qualità. Sia dal punto di vista delle risorse che delle forze da mettere in campo. Serve una risposta urgente e immediata, che preveda un comando condiviso e non solo italiano, e che apra il coordinamento delle forze a Malta, Grecia, Cipro, Spagna e Francia”.

Da New York, dove poche ore fa lo stesso Ban Ki-moon ha ricordato in assemblea generale il disastro italiano parlando della necessità di “passare all’azione”, parla il direttore generale immigrazione della Commissione europea, Stefano Manservisi. “Nel Mediterraneo, e in particolare nel Mediterraneo sud-orientale, serve passare ad una unica e sola operazione europea nella gestione delle frontiere. Un intervento unitario che potrebbe dare risultati molto più incisivi. La priorità è oggi salvare le vite umane”.

Dopo i morti, dopo l’orrore di Lampedusa, il dito da ore è puntato sull’Europa, e su Frontex, l’agenzia europea che dovrebbe gestire il pattugliamento e la cooperazione internazionale alle frontiere marittime e terrestri degli Stati Ue e che di fatto non è mai decollata come i suoi ideatori avrebbero voluto. Manservisi non si tira indietro, conosce la portate epocale del problema, e il ruolo unico che deve avere l’Europa in tema d’immigrazione, rotte, accoglienza. Vede positivamente la candidatura dell’isola di Lampedusa a Premio Nobel per la pace (parla ovviamente a titolo personale, ndr) , ma pensa soprattutto a come sia stato possibile che un barcone con 500 persone a bordo sia riuscito a salpare da Misurata, in Libia, senza che nessuno se ne sia accorto. Con il silenzio delle autorità e delle forze che presidiano le coste di quel Paese. “Questo significa che c’è qualcosa che non va – continua Manservisi – una cosa del genere non può passare inosservata. E non deve accadere. Per questo è indispensabile stringere accordi chiari, dove possibile, con i paesi d’origine, oppure intervenire direttamente prelevando fisicamente nei territori dove vivono le persone a rischio della vita, e portarle in salvo in Europa”.

Parla di presa in carico del problema, delle politiche di accoglienza che vengono applicate in Germania, Svezia, Francia, del fatto che in Italia già centinaia di profughi siriani sono arrivati da noi sulle rotte dell’immigrazione clandestina. “Un nostro obiettivo deve essere quello di togliere l’erba sotto i piedi dei trafficanti di uomini. E questo si può fare, e in parte già si fa, in collaborazione con l’Alto Commissariato per i Rifugiati. Studiando le situazioni più problematiche, intervenendo con risorse e uomini nei paesi più in difficoltà”.

Altra cosa è poi sostenere le popolazioni più colpite dagli sbarchi come Lampedusa – ma quante Lampedusa ci sono oggi nel mondo? – oppure la Sicilia, la Grecia, Malta, con risorse e interventi mirati. E qui entra in campo la Boss-Fini, la nostra legge sull’immigrazione: “Non entro nel merito delle legislazioni nazionali, ma è certo che l’Italia nei prossimi mesi dovrà riflettere se le norme di cui si è dotata sono sufficientemente all’altezza della situazione che deve essere affrontata”. Intanto un cambio di programma: la settimana prossima il tema dell’immigrazione sarà all’ordine del giorno della riunione dei ministri della Commissione Europea. (Mauro Sarti) 

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