20 giugno 2017 ore: 12:09
Disabilità

"Segregazione" delle persone disabili, le tre sfide della Fish

Si è conclusa la “Conferenza di consenso” promossa dalla federazione Sono 273.316 le persone con disabilità ospiti dei presidi residenziali socio-assistenziali e socio-sanitari. Oltre l’83% sono anziani non autosufficienti. Nel 2016, 114 casi di maltrattamento. Ma ci sono anche “modalità più subdole”
Persone con disabilità e i loro caregiver

ROMA – Sono oltre 270 mila le persone con disabilità che vivono in presidi residenziali socio-assistenziali e socio-sanitari. Oltre l’83% sono anziani non autosufficienti, che nella quasi totalità dei casi vivono in strutture che non riproducono le condizioni di vita familiari. Frequenti, in questi contesti, le violazioni: solo nel 2016, l’Arma dei Carabinieri rileva 114 casi di maltrattamenti, 68 di abbandono d’incapace, 16 di lesioni personali e 16 di sequestro di persona. Bastano questi pochi dati a indurre la Fish a lanciare un appello deciso: le persone con disabilità non devono essere “segregate”. E' stato questo il tema della “Conferenza di Consenso sulla segregazione delle persone con disabilità” appena conclusa: per la prima volta, il movimento delle persone con disabilità lancia una sfida politica, culturale, scientifica, organizzativa sulla segregazione. 

La prima sfida: chiudere e convertire le “residenze totali”. “La prima sfida è immediata – spiega Fish - In Italia persistono servizi e strutture residenziali dove le persone con disabilità e gli anziani non autosufficienti vivono in condizioni segreganti e subiscono trattamenti inumani e degradanti. Il consolidato sospetto che i fatti di cronaca, le indagini delle autorità competenti, le azioni penali rappresentino solo una minima parte delle situazioni vissute – osserva Fish - impone di chiedere a gran forza una immediata verifica e un impegno politico a chiudere e convertire queste strutture”. Strutture in cui la segregazione a volte è brutale e conclamata, ma in molti casi assume invece forme “più subdole e ugualmente inumane, pur senza che da ciò derivino condizioni di vita materiali degradanti, maltrattamenti e violenze. Sono gli ambiti in cui si ripropone la separazione, l’isolamento, la contrazione delle elementari libertà individuali – riferisce Fish - Servizi in cui prevale una concezione sanitaria e ospedaliera che trasforma chi ne è ospite in 'paziente', 'malato' e non più persona con il diritto di vivere normalmente la sua vita e le sue relazioni interpersonali. E dalla Conferenza emerge come queste 'residenze totali' siano in particolare rivolte alle persone con limitazioni di natura intellettiva o di salute mentale”. 

La seconda sfida: cambiare i criteri di accreditamento. Occorre poi, secondo Fish, intervenire sui criteri di accreditamento delle strutture, attualmente “incentrati sui requisiti strutturali che non riescono a distinguere i servizi che lavorano per l’inclusione da quelli che si possono definire segreganti. Dalla Conferenza di Consenso – riferisce Fish - emerge la convinzione che i criteri di accreditamento debbano invece riguardare sempre più processi interni alle strutture, focalizzati sulla personalizzazione dei progetti di vita, sui supporti, sulla interazione col territorio e le comunità locali. È ora di modificare anche le impostazioni 'finanziarie' – aggiunge Fish - centrandole non sulla copertura delle rette e quindi sull’autoconservazione dei servizi stessi, ma orientandole alla definizione delle risorse necessarie alla realizzazione del progetto di vita della persona con disabilità, rendendo esigibile la libertà di scelta della persona con disabilità, favorendo la deistituzionalizzazione e la progressiva crescita dell’autonomia personale”. 

La terza sfida: “nuovi modelli inclusivi di servizi e sostegni per l’abitare”. Su questa terza linea di azione, la giuria che ha supportato la Conferenza promossa da Fish ha suggerito di “definire indicatori e check list che promuovano la qualità dei servizi per l’abitare, valorizzando il lavoro prodotto dall’Osservatorio Nazionale Disabilità e dalla recente Norma UNI 11010:2016, la quale fissa appunto indicazioni, aderenti alla Convenzione Onu, sui 'Servizi per l’abitare e servizi per l’inclusione sociale delle persone con disabilità'. 

“Il lavoro ora prosegue innanzitutto a livello politico e istituzionale – conclude la federazione - con richieste immediate e relative alle emergenze umane. In questo Fish confida di contare anche sul supporto del 'Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale' che ha partecipato alla Conferenza annunciando un lavoro di studio e concreta verifica sul tema. Prosegue anche l’approfondimento tecnico e scientifico su modelli organizzativi, criteri, elaborazioni, con la ricerca di un confronto più stretto anche con Regioni e Comuni”.  

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