11 novembre 2015 ore: 12:18
Disabilità

“Smantelliamo le aule di sostegno”: l’idea del Miur piace, ma non a tutti

Il sottosegretario Faraone ha recentemente ribadito la necessità di “convertire le aule di sostegno in biblioteche”. Perché “la vera inclusione si fa in classe”. Ma interpellando le mamma, emergono posizioni diverse: da chi è “assolutamente contraria” a questi spazi e chi li considera “isole felici”
Ragazzo autistico di spalle, autismo - SITO NUOVO

ROMA – “Faraone, il sottosegretario al Miur dedicato ai temi dell’inclusione, ha detto ultimamente che vanno smantellate: “Via le aule di sostegno, diventino biblioteche! Basta con le approssimazioni, servono insegnanti formati e specializzati!”, ha affermato con fermezza, intervenendo nei giorni scorsi sull’ennesimo caso di “mancata inclusione” di un alunno con autismo, segnalato su queste pagine. E in effetti le aule di sostegno, non previste nella scuola dell’inclusione, sono per molti – studiosi, docenti e genitori - il simbolo dell’esclusione, dell’isolamento, del fallimento dell’inclusione. Non manca, però, chi veda in questi spazi un luogo di “necessario relax”, o di “sollievo” per chi in classe troppo a lungo proprio non sa stare. E così, interpellate sul tema, alcune mamme di alunni con autismo si dividono, evidenziando posizioni diverse e a volte contrapposte. 

“Se le cose si fanno con il cuore e per l' amore del bambino, a me sta bene – dichiara Grazia - Nella scuola di V. l' hanno realizzata ed è stupenda: a me la sua maestra l'ha fatta vedere già dal primo giorno. Ovviamente non è da utilizzare sempre, non sarebbe una scuola inclusiva: la sua classe è composta da 19 bambini compreso lui ed è lì che lui sta studia, fa esercizi, colora. Ma quando c'è una giornata no, allora è un ottimo modo per farlo distrarre!”. Lory anche vorrebbe per suo figlio “uno spazietto per lui, dove possa rilassarsi. Servirebbe nei momenti di crisi di M., per esempio ora che stanno provando delle canzoni in classe e a lui questo dà fastidio, piange e si butta a terra, quindi lo portano in palestra. Ma se avesse una sua auletta, nel momento in cui sta per partire la crisi potrebbe andare lì”.

L’aula di sostegno è addirittura “un’isola felice” per Giusy, che racconta così l’esperienza di suo figlio: “All’asilo aveva una piccola aula per lavorare in pace, ma stava molto con gli altri bambini. Alle elementari, aveva una piccola stanza, ma attaccata alla sua classe. Aveva il computer e la maniera di muoversi all'interno con una bella finestra e i suoi disegni appesi. Alle medie la stanza era grande e attrezzata per mettere tutte le sue cose. Le ore passate in classe sono diminuite, ma per lui va bene così, visto che la classe è molto rumorosa. Adesso alle superiori, malgrado l'inizio burrascoso, l'aula di sostegno è diventata la sua isola felice. Cartoncini da colorare e disegnare alle pareti e la palestra a sua disposizione fuori dalla porta in caso di attacco di nervi. In tutti questi anni l'aula di sostegno è stata una stanza molto utile per Alex, perché la classe vera e propria era troppo confusionaria per lui. Li ha potuto lavorare molto e con profitto. Alex viene portato tutte le mattine in classe per l'appello ed è lui che quando non ce la fa più esce e va in aula di sostegno. E anche se non sta con le persone quando fanno chiasso, in questo momento, a 16 anni, sinceramente non mi importa tanto: a me importa che lui sia tranquillo, non agitato. Ora quando è nervoso, so che lo portano al bar della scuola, dove c’è una signora molto gentile che parla e si intrattiene con lui. Ma quando c'è molta confusione si mette le mani nelle orecchie e scappa”. 

Poi c’è chi è contrario. O “assolutissimamente contraria”, come si dichiara Antonella, che però ha “un figlio pacifico e tranquillo. Ma l’aula di sostegno – dice - è un’arma a doppio taglio: pensate cosa succederebbe se ci fosse un'insegnante di sostegno incapace e con poca voglia di fare! Non dimentichiamoci che l'alunno fa parte della classe e se ne devono occupare anche le maestre curriculari, già così delegano tutto all'insegnante di sostegno, figuriamoci con l'aula apposita dove sono autorizzate a portarlo…”. La pensa così anche Imma, che accetta tutt’al più che “si porti il ragazzo in aula di informatica, o a fare un giro per il plesso, ma per poco tempo”. Piuttosto, bisogna “approntare la didattica in modo adeguato: un’ora di studio alternata a 10 minuti di pausa. Mio figlio l’anno scorso non voleva stare mai in classe, per lui esisteva solo la palestra. Poi ho preteso che stesse in classe: lo scorso anno si tappava le orecchie quando i compagni suonavano il flauto, ora lo suona anche lui insieme a loro. Quando sapeva di poter andare in palestra, non c’era modo di tenerlo in classe. ora sa che un’alternativa non esiste e sta imparando a stare in classe”. 

Infine c’è la voce, decisamente contraria, di Katia, insegnante di sostegno: “Io credo che l'aula di sostegno sia come tornare indietro nel tempo. Qualsiasi sia la diagnosi, i bambini hanno il diritto di confrontarsi con i pari. L’alunno disabile cresce, ma cresce anche l'alunno ‘normo’, che impara che la diversità non va evitata ma aiutata. La mia aula è l’aula di tutti ed è attrezzata per tutte le esigenze: è in aula che affronto le frustrazioni”. (cl)

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