24 aprile 2018 ore: 10:49
Immigrazione

"Storie di vita di migranti": ripiegati sul passato o proiettati verso il futuro?

È quanto emerge dalla ricerca realizzata dalle Acli di Bologna sulla condizione di vita dei migranti in città. Sono 16 le storie contenute nel volume “Storie di vita di migranti”, pubblicato da Franco Angeli, raccolte attraverso un colloquio tra gli utenti dello sportello immigrati
Migranti, mani su barriera - SITO NUOVO

BOLOGNA - Moldava, in Italia da 15 anni, arriva a Bologna perché la suocera vive già lì. Nonostante la laurea in fisica si dedica prevalentemente a lavori domestici e di cura dei bambini. Esce solo per fare la spesa e portare i figli al parco. Ha amicizie con altre cittadine moldave e ucraine con cui si riunisce per celebrare le tradizioni religiose. “Sono sempre stata bene, anche dove ho lavorato ho sempre trovato brave persone. Non tornerei a vivere in Moldavia, mi è cambiata la mentalità, sono forse più italiana”. È una delle 16 storie raccolte in “Storie di vita di migranti”, il libro pubblicato da Franco Angeli che raccoglie la ricerca realizzata dalle Acli di Bologna sulla situazione degli immigrati in città.

Obiettivo? “Comprendere stili e condizioni di vita delle persone straniere, le loro relazioni nella vita quotidiana, nel lavoro e nelle comunità in cui vivono e capire se abbiano o meno modificato le proprie scelte e orientamenti durante la permanenza in Italia”. Le storie raccolte riguardano immigrati provenienti da Paesi extraUe (a parte la Romania), lavoratori e regolarmente soggiornanti in Italia da almeno 5 anni scelti tra gli utenti dello Sportello immigrati delle Acli di Bologna. Il motivo? “In tal modo – scrive Sebastiano Colangeli nel volume – si riteneva che i soggetti fossero già stati in grado di effettuare alcune scelte di vita”.

Sono 16 le persone intervistate, 9 donne e 7 uomini. Quattro persone provengono dall’Asia (una dal Bangadesh, una dallo Sri Lanka, 2 dalle Filippine), 2 dal Sudamerica, 2 dall’Africa, 2 da Serbia e Albania, 6 dall’Europa orientale (3 dalla Moldavia, 2 dall’Ucraina e 1 dalla Romania). Dai risultati della ricerca emerge che sono tre le condizioni in cui si trovano a vivere gli immigrati: ripiegati su se stessi e sul passato, anche se non recente; concentrati sul presente, che vivono intensamente; proiettati verso un futuro prossimo in Italia e nel contesto in cui si sono inseriti.

“Vivo in Italia dal 1992, prima a Napoli, poi a Perugia e infine a Bologna. Di lavori ne ho fatti molti, dalla campagna alla fabbrica, l’ultimo è stato il badante”, racconta uno degli intervistati, originario della Costa d’Avorio e arrivato in Italia per raggiungere il fratello che già viveva qui. “Nel 1996 mio fratello è morto e da lì sono iniziate le difficoltà. Sono rimasto solo a badare alla mia famiglia rimasta in Costa d’Avorio”, aggiunge. Oggi vorrebbe andare via dall’Italia perché non c’è lavoro. È una delle storie di chi è rimasto ancorato al passato. “I rapporti con i famigliari sono precari, con riferimenti ancora al Paese di origine e obblighi conseguenti. Queste persone non hanno relazioni forti con gli italiani, se non quelle legate al lavoro e obbligate, ma neppure le relazioni con i connazionali appaiono consolidate, quando addirittura inesistenti per non interesse o difficoltà di varia natura. Molti intervistati sembra non abbiano l’idea del tempo di non lavoro come tempo libero da vivere in una dimensione significativa”, si legge nel libro. La conseguenza è che la dimensione lavorativa è quella dominante e prevale l’orientamento a pensare di rientrare prima o poi nel Paese di origine, “a ritornare da dove si era partiti ma in una condizione diversa e più stabile”.

“In Italia ho trovato buoni amici, usciamo, andiamo a cena. Nel tempo libero vado in palestra, a correre, nei centri commerciali”, racconta uno degli intervistati originario del Sudamerica. “O sto a casa o vado in centro, a me piace ballare, ci vado spesso”, dice una donna ucraina. “Io vorrei rimanere qui, ma il futuro chi lo sa, bisogna avere una casa almeno piccola, ma non ho i soldi. Io aiuto mia figlia e mio nipote, lei non vuole venire qui e io sono contenta di essere qui e poterli aiutare”, aggiunge. Sono esempi della seconda tipologia di situazioni che riguardano immigrati che pensano prevalentemente al presente, “con un percorso sempre caratterizzato da forte precarietà e incertezza”. Si tratta, si legge nel libro, “di persone partite per migliorare la propria condizione e per dare un futuro migliore ai propri figli e che hanno scelto il nostro Paese perché erano presenti o familiari o membri della comunità o conoscenti”. Tutti hanno rapporti con italiani e membri della comunità di appartenenza, anche se il ruolo della comunità emerge soprattutto per la ricerca di lavoro. Anche in queste storie, il lavoro occupa la maggior parte del tempo, e si tratta “di impieghi di bassa qualifica, con orari superiori a quelli previsti dalla legge, sottopagati e precari. Ma per loro il lavoro è l’unica modalità per rimanere in Italia e dunque accettano anche condizioni non regolamentari e orari più lunghi”. Tra queste persone, “possiamo rilevare non certo un rimpiangere le situazioni del passato, ma un mix di valori della società di origine e alcuni tratti della cultura italiana. Il soggetto si trova bene in Italia anche se non ha ancora progetti di vita ben definiti per il futuro”.

La tipologia di coloro che sono “proiettati verso il futuro” è minoritaria rispetto alle altre due dalle quali si distinguono proprio per una visione più chiara del futuro. “Negli intervistati si possono rilevare maggiori certezze sul proprio progetto migratorio – si legge – Questa tipologia si può articolare tra chi è convinto di rimanere in Italia per sempre e chi ha deciso di tornare nel proprio Paese di origine ma solo dopo aver maturato i requisiti per la pensione, vale a dire dopo aver conseguito una stabilità per il lungo periodo”. (lp)

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