12 febbraio 2019 ore: 09:57
Immigrazione

"The Milky Way", docufilm sulla "rotta alpina" percorsa dai migranti africani

Il regista Luigi D'Alife: “Chi passa in Francia in seggiovia non si accorge nemmeno del confine ma chi cerca di attraversarlo 'con il colore della pelle sbagliato' rischia di morire”. Il film racconta le motivazioni di chi cerca il passaggio e la solidarietà degli abitanti locali. Crowdfunding su Produzioni dal basso
The milky way 1

TORINO - Cercano di passare il confine anche in giorni di nevicate abbondanti, a volte di notte, sperando così di non incappare nella gendarmerie. La maggior parte di loro non ha mai visto la neve e non ha alcuna preparazione né le scarpe e i vestiti adatti per farlo. “Molti provengono dai Paesi dell'Africa occidentale, hanno una forte motivazione per tentare il passaggio”, racconta il regista Luigi D'Alife, che in Siria ha documentato gli attacchi dell'esercito turco nei territori curdi, oltre che le condizioni dei rifugiati curdi nella città di Torino e la costruzione della linea ad alta velocità in Val Susa. “In Libia hanno affrontato la detenzione in condizioni disumane, le torture – prosegue il documentarista -. Hanno attraversato il Mediterraneo e in Italia hanno trovato un'accoglienza che li ha resi come pacchi da spostare, senza un lavoro che sostenga l'autonomia di queste persone, tutti ragazzi molto giovani, quasi uno su due minorenne. Raccontano della volontà di studiare o comunque di continuare il proprio viaggio fino alla meta, il rifiuto di perdere degli anni buttati in un centro di accoglienza senza poter fare niente e finire per avere il diniego della commissione territoriale (alla richiesta di protezione internazionale, ndr)”. 

Da un anno e mezzo D'Alife sta seguendo le vicende del confine alpino tra Italia e Francia e dalla scorsa estate ha iniziato a lavorare al progetto The Milky Way della casa di produzione indipendente bolognese SMK Video Factory, che ha già realizzato tra l'altro l'inchiesta “The Harvest” sul nuovo caporalato agricolo in Italia. “Le riprese sono iniziate a gennaio e proseguiranno fino a maggio, poi ci sarà la post produzione. Siamo aperti alla realtà che abbiamo davanti e che cambia di continuo. Per esempio, l'anno scorso la rotta passava da Bardonecchia-Colle della Scala, quest'anno si è spostata su Claviere-Monginevro”, spiega il filmaker, contando di concludere il progetto non prima della fine di quest'anno. “Da un paio d'anni si è tornati a parlare di questa rotta dell'immigrazione, che passa poco lontano dalla città in cui vivo, Torino. Come documentarista sono appassionato di confini, luogo in cui si manifesta la violenza del potere e anche luogo in cui si resiste. Per me è importante provare a capire cosa sta succedendo e dare voce a chi non ce l'ha, partendo da un racconto del territorio, un contesto particolare per le persone che ci vivono e lo attraversano. Alla voglia di fare un lavoro di ricerca e documentazione si è unita quella di provare a fare un parallelo fra l'emigrazione italiana che ha attraversato il confine negli ultimi duecento anni e quella africana di oggi”. 

D'Alife descrive un progetto che parte dalle voci di chi vive e attraversa l'Alta Val Susa anche per coltivare una memoria che si sta perdendo, in modo che non sia fine a se stessa, una memoria che “vive attraverso i gesti di oggi di una popolazione montanara che ha sviluppato una certa riluttanza verso i confini statali, che usa lo stesso dialetto che si parla dall'altra parte”, dice. “Ho ritrovato nei racconti degli abitanti della Valle di una certa età le stesse parole d'ordine, lo stesso spirito di frontiera trovati in chi oggi agisce portando solidarietà ai migranti, in mare come in montagna, dove non si lascia indietro nessuno. La parola d'ordine è 'nessuno si salva da solo', il mutuo soccorso in questi luoghi si pratica per principio, senza troppo considerare chi sei, da dove vieni, il colore della pelle”. Come si capisce dalla immagini montate in “Il confine occidentale”, spin off del progetto odierno realizzato lo scorso inverno, la rotta alpina è un viaggio pericoloso: “Siamo intorno ai 2.000 metri, i migranti non sono preparati a livello tecnico. La pericolosità si innalza per effetto delle politiche e delle pratiche di controllo applicate sui confini, che portano le persone a prendere sentieri sempre più alti, a volte aspettando il buio nella speranza che questo aumenti le possibilità di passare, fino ad arrivare a situazioni come quelle dell'anno scorso o come quella di pochi giorni fa, quando un ragazzo di 29 anni è morto sul ciglio di una strada nazionale perché chissà quante ore ha dovuto trascorrere al freddo [Derman Tamimou, del Togo, portato in fin di vita all'ospedale di Briancon la notte fra il 6 e il 7 febbraio scorsi, ndr]”. 

“Le testimonianze raccolte dal coordinamento dei cittadini di Briancon, dove arriva chi ce l'ha fatta e si sente più tranquillo di raccontare, raccolte sul sito Tous migrant, parlano di inseguimenti da parte della gendarmerie in motoslitta e coi cani, di fermi violenti, di insulti, minacce di rimandare le persone in Libia al primo accenno di protesta, di minori 'rimpallati' in Italia. Alcuni riferiscono di essere stati derubati delle poche centinaia di euro che avevano con sé o dei cellulari”, aggiunge D'Alife, e fa notare come in questi territori sia presente il comprensorio sciistico più grande dell'Italia occidentale, chiamato la Vialattea, “oltre 400 chilometri di piste da sci dove si può godere la bellezza e la tranquillità della montagna senza far caso al confine, passando in seggiovia per sciare sul versante francese, se si ha 'il colore della pelle giusto', mentre chi ha quello 'sbagliato' rischia di morire”. Da qui il titolo “The Milky Way”, per un progetto che ha scelto la forma della coproduzione popolare “per ribaltare le logiche di sfruttamento proprie del mondo del lavoro e le logiche del mercato, che escludono certe opere cinematografiche dalla produzione e dalla distribuzione – spiega il documentarista -. Vogliamo dimostrare che si possono fare lavori di qualità riconoscendo la giusta retribuzione a chi partecipa, allo stesso tempo partendo da una costruzione dal basso del lavoro”.

Saranno usati stili e tecniche diverse, come il disegno e l'animazione, “per  sperimentare e trovare nuove forme di narrazione dentro e fuori il genere del documentario sociale”, si legge sul sito Produzioni dal Basso, dove si può partecipare con una donazione. (Benedetta Aledda)

© Copyright Redattore Sociale