15 giugno 2011 ore: 14:07
Salute

“Tutto quello che non abbiamo mai detto”: i disturbi alimentari raccontati dai ragazzi

I giovani pazienti in cura al day hospital dell’ospedale Gozzadini di Bologna si raccontano con una mostra fotografica. È il momento finale dei laboratori sull’immagine del corpo promossa dai media. Le opere esposte nella sala d’attesa del centro

BOLOGNA – I sogni, le speranze e le riflessioni dei ragazzi del Centro sui disturbi del comportamento alimentare sono gli uni accanto agli altri, e insieme a brani di canzoni e alle poesie da loro composte decorano le pareti della sala d’attesa dell’Ospedale Gozzadini. Una mostra che già dal titolo, “Tutto quello che non abbiamo mai detto”, fa capire che qui si scava in profondità. L’iniziativa nasce da un laboratorio in cui i pazienti in day hospital dell’Unità operativa di neuropsichiatria infantile sono stati invitati a raccontarsi proprio attraverso le immagini: c’è chi ha scattato una foto che descrive un sogno e chi narra la propria vita attraverso i ritratti delle persone più care. La mostra è il coronamento delle attività terapeutiche svolte durante le giornate di day hospital, e in particolare del “Laboratorio Mediamente” che si concentra sull’immagine del corpo promossa dai media. Durante il laboratorio vengono proiettati video, analizzate copertine di giornali e pubblicità per capire gli stereotipi proposti dai mass media e per “smontare” le strategie comunicative. A completamento del lavoro svolto gli operatori hanno chiesto ai ragazzi di raccontarsi attraverso foto scattate da loro stessi. La opere rimarranno in mostra fino al 17 giugno nella sala d’attesa del padiglione 13 (piano terra).
 
L’unità di neuropsichiatria infantile si occupa di disturbi alimentari fin dal 1994 ed è divisa in tre aree: i pazienti più gravi sono ricoverati, quelli di media gravità sono curati in day hospital e quelli con disturbi di grado inferiore sono seguiti con controlli ambulatoriali periodici. Ogni unità comprende un gruppo di otto operatori coordinati da un medico, uno psicologo e un dietista e supportati dai volontari della Fanep (Associazione famiglie neurologia pediatrica). Il gruppo del day hospital è diretto dalla dottoressa Francesca Rossi, che racconta così l’idea della mostra: “I ragazzi della nostra unità sono 12 (11 ragazze e un maschio), tutti tra i 18 ai 24 anni. Si sono occupati loro dell’allestimento di tutta la mostra: anche le musiche di accompagnamento sono state scelte da loro”.
 
Esporre le proprie opere è un momento importante. “L’obiettivo cruciale su cui lavoriamo è quello di far aprire i ragazzi, dare loro gli strumenti per comunicare”, aggiunge il dottor Eros Lancianese, uno degli operatori. I ragazzi del day hospital vengono seguiti con attività più propriamente psicologiche e altre di tipo occupazionale, in giornate che durano dalle 8.45 fino alle 17, durante le quali vengono somministrate colazione, pranzo e merenda sotto l’assistenza del personale. Le attività sono di fotografia ma non solo: ci sono laboratori di decoupage e lavori di carta, stoffa e pasta di mais, oltre a uno spazio dedicato allo shiatsu e alla pet therapy. “Noi medici a volte rischiamo di sacrificare il buon senso a favore della sola cultura accademica – spiega Andrea Pession, direttore dell’unità operativa di pediatria –: fortunatamente il rapporto con persone più concrete come gli infermieri, i volontari e i pazienti ci riporta con i piedi per terra. Anche questa iniziativa, che riempie la struttura ospedaliera di opere dei pazienti, ci deve ricordare che l’ospedale è prima di tutto loro”. (ec)

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