22 gennaio 2015 ore: 15:20
Immigrazione

“Vietato l’ingresso”: ebrei, rom e le discriminazioni sempre dietro l’angolo

Rapporto dell’associazione 21 luglio in occasione della Giornata della memoria. L’Italia di oggi come la Germania nazista? Da un fatto di cronaca e da una provocazione l’idea di 21 interviste a esponenti ebrei e rom su pregiudizi passati e presenti
Vietato l'ingresso - Rapporto 21 Luglio
Vietato l'ingresso - Rapporto 21 Luglio

ROMA - “Da che mondo è mondo i rom e gli ebrei sono stati sempre usati come capri espiatori su cui riversare il malcontento dell’opinione pubblica soprattutto nei periodi di crisi economica: le leggi razziali non esistono più nella legislazione ma sono rimaste nelle menti dei nostalgici e periodicamente riappaiono sotto diverse forme”.

Si conclude con le parole preoccupate di Alexian Santino Spinelli, una delle figure più conosciute fra i rom italiani, il rapporto “Vietato l’ingresso, realizzato dall’Associazione 21 luglio e presentato in vista della Giornata della memoria del prossimo 27 gennaio. Un volume di 120 pagine che indaga il passato e il presente dell’esclusione sociale e che per farlo alimenta e promuove un dialogo fra la comunità ebraica e la comunità rom della capitale: il tutto con il supporto di 21 personaggi, perlopiù rom o ebrei, che vengono chiamati con altrettante interviste a fornire la loro percezione ed interpretazione della situazione attuale.

Il lavoro nasce da un ben preciso fatto di cronaca, datato marzo 2014: sulla vetrina di una panetteria del quartiere Tuscolano, nella periferia sud-orientale di Roma, compare un cartello scritto a mano: “E’ severamente vietato l’ingresso agli zingari, anche davanti al negozio”. L’Associazione 21 luglio, omettendo nome, indirizzo e ogni altra informazione utile a identificare il negoziante, decide di far circolare la notizia e la rende pubblica accompagnandola ad un comunicato stampa di condanna. Ma soprattutto affianca alla foto del cartello incriminato due altri cartelli che nella Germania del 1938 e nel Sudafrica del 1953 impedivano l’ingresso ad ebrei e neri. La notizia circolerà parecchio nei giorni successivi e molti sono i commenti che sui giornali e sul web vengono lasciati. E l’analisi di queste reazioni dimostra e illustra il netto rifiuto di accettare il paragone fra la condizione degli ebrei o dei neri nel secolo scorso e la condizione della comunità rom nell’Italia di oggi

Roma marzo 2014, cartello contro i rom

Dalla volontà di capire meglio questo fatto è nato il contatto con esponenti della comunità ebraica romana, che si è allargato poi ad insegnanti, storici, antropologi e giornalisti, intellettuali ebrei non aderenti a comunità religiose e, naturalmente, artisti, mediatori culturali, attivisti e docenti universitari rom. Ne sono venute fuori 21 interviste, fra le quali otto a persone ebree, otto a rom e cinque a persone che non sono né ebree né rom. Si inizia con la ricercatrice Pupa Garribba e la pedagoga Claudia Zaccai per concludere con Piero Terracina, dirigente d’azienda e testimone diretto del campo di concentramento di Auschwitz – Birkenau, con l’antropologo Ulderico Daniele, con il musicista e docente universitario Alexian Santino Spinelli, con l’attrice e attivista politica rom Djiana Pavlovic. Una raccolta di idee e spunti alla quale segue una parte del rapporto nata dall’idea di mettere in scena un dialogo tra esponenti di due popoli, quello ebraico e quello rom.

Si ragiona sulle parole e sul linguaggio (l’opportunità di parlare di romfobia e non di antiziganismo, che rimanda a quel zingaro allo stereotipo del nomadismo ormai assente), ci si confronta sulle ragioni della legittimazione sociale del razzismo verso i rom (che viene percepito in molti ambiti come giustificabile), si discute anche sulla realtà della comunità rom, su una sua chiusura autoreferenziale e auto commiserante, sulla sua immobilità e il suo vittimismo, sui risvolti politici della percezione dei rom come degli esseri dipinti non come discriminati ma addirittura come privilegiati, in quanto oggetto di investimenti pubblici (il “vivono alle nostre spalle”).

Un lavoro insomma per “produrre conoscenza e scambio”, per fare emergere e decostruire gli stereotipi, per far comunicare due comunità estremamente diverse su tutto e – non ultimo – per avvicinarle e per permettere più facilmente alla comunità ebraica di intervenire pubblicamente con prontezza per condannare la discriminazione contro i rom. (ska)

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