#zittocancro: Dykadja, Alessandra e le altre “sorelle guerriere”
MILANO – Cinque amiche, uno selfie condiviso per scherzo, la voglia di condividerlo sui social con l’hashtag #zittocancro. La risposta, poderosa, della rete, che comincia a imitare quell’immagine e a rilanciare il tag: prima i familiari, poi gli amici, i conoscenti. E alla fine, anche sconosciuti e volti noti del mondo dello spettacolo e dello sport.
Il selfie da cui tutto è partito è quello di Dykadja Paes, 30enne brasiliana arrivata, per amore, a Roma. Moglie felice, madre innamorata di due bambini piccoli. Dopo un’infanzia non semplice, Dykadja nella capitale trova il suo equilibrio, la sua pace: “Tutto è cambiato quando, un giorno, mentre allattavo il mio secondo figlio notai qualcosa che non andava. Mia mamma è morta a 39 anni per un tumore al seno, mi ero ripromessa che, finito il secondo allattamento, sarei andata a fare il test genetico. Ma il cancro è stato più veloce: mi è stato diagnosticato un triplo negativo. Visite e poi esami, la scoperta di avere la mutazione genetica BRCA1. Mastectomia, chemioterapia, radioterapia”. Ed è in quel periodo che Dykadja entra a far parte di un gruppo Facebook che oggi, senza esitare, chiama “la mia seconda famiglia”. È un gruppo di donne con tumore al seno triplo negativo: “Amo ballare e ridere, non ho masi smesso. Amo la vita ma, diciamocelo, la diagnosi è stato un duro colpo. Fortunatamente, al mio fianco ho sempre avuto la mia famiglia e i miei amici, una rete solida che non ha smesso un attimo di sorreggermi. In quel gruppo, invece, ho conosciuto anche tante ragazze completamente abbandonate a loro stesse così, nel mio piccolo, ho pensato di condividere con loro il mio innato ottimismo. Sapere che qualcuna, anche grazie alle mie parole, si è sentita meno sola, per me, è stata una grande terapia. Aiutare a stare bene loro, faceva stare meglio anche me”.
Tra i membri del gruppo, Dykadja – in cura al Gemelli di Roma – sviluppa un particolare feeling con 4 ragazze seguite dallo Ieo di Milano. Tra queste, Alessandra Giordani: “Il 5 novembre del 2018, al controllo senologico annuale – lo faccio da quando avevo 25 anni: 13 anni fa, per un tumore al seno, ho perso la mamma, e anche mia nonna ha avuto il cancro al seno, due volte – mi trovano un nodulo. Dopo 24 ore l’ecografista mi dà l’esito: c5, massimo grado e nessun dubbio sulla malignità. All’inizio di dicembre mi fanno la mastectomia al seno sinistro e dopo dieci giorni ricevo l’esito dell’istologico: cancro triplo negativo. Mi fanno il test per la mutazione genetica e risulto BRCA1 mutata: ho l’85 per cento di possibilità per la mia mutazione di sviluppare un tumore al seno e il 60 per cento di svilupparne uno ovarico. Diagnosi che, dopo aver affrontato un percorso con una psiconcologa dell'istituto ed essermi confrontata con i medici, mi porta alla decisione di mettermi in lista per gli interventi di asportazione tube/ovaie, che farò a breve, e dell'altro seno, previsto verso la fine dell’anno. L’idea di un cancro ti devasta e l’intervento è stato alienante, come immagino lo saranno i prossimi due. Di fatto, vieni fisicamente mutilata in tutta la tua sfera femminile”.
“Quando il medico non basta, quando Google non basta – e anzi ti spaventa ancora di più –, decido di cercare sui social”. Ed è tra l’intervento e l’inizio della chemio che anche Alessandra scopre quel gruppo Facebook: “Ci scambiamo dubbi ed esperienze, chi ha già superato una fase o un ostacolo condivide le impressioni con chi ancora ci deve passare. Con alcune di loro decidiamo di vederci, ci incontriamo in ospedale. Ci conosciamo di persona e via Skype c’è collegata Dykadja: 5 donne tutte triplo negativo, tutte mamme di due figli. In tre con la mutazione. “Ci scambiamo i numeri di telefono e creiamo un gruppo su WhatsApp a 5 per condividere quotidianamente le novità di cure e interventi, controlli, ma anche più in generale come va la nostra vita. Così cresce la nostra amicizia”.
Ed è su quel gruppo che, un mese fa, Dykadja dà la notizia alle altre: “A 4 mesi da quella che credevo fosse la fine di quest’avventura, quando finalmente stavo riprendendo fiato, in piena estate arriva la seconda, inattesa e pesantissima, diagnosi: l'ospite non se n'è andato, il paracadute in qualche punto si è rotto, sono ufficialmente una malata oncologica metastatica – racconta la giovane brasiliana –. Chi è del ‘settore’ sa benissimo che dalle metastasi non si guarisce, si può solo vivere con questo peso cercando di metterlo a tacere il più a lungo possibile. Ma il come si decide di vivere con il tempo che ci è concesso può fare tutta la differenza del mondo. Io ho scelto di vivere bene, dando la forza di lottare a tutte quelle donne che l’hanno persa”.
Così, un giorno, in quella chat posta un selfie con l’indice sulla bocca e l’hashtag #zittocancro: “Ho immaginato che quel male avesse ripreso forma, che volesse ancora parlare, gridare più forte di me. Ma io non gliel’avrei permesso: avrei alzato la voce e l’avrei fatto stare zitto”. Per gioco, per solidarietà, le amiche postano le loro foto e quelle dei loro familiari, tutti con l’indice sulla bocca: “Ci siamo chieste: perché non condividere queste foto sui social? E così abbiamo fatto. Oggi centinaia di persone ci seguono in questa battaglia”, e sono arrivate anche le prime adesioni vip: Marek Hamsik, Marco D’Amore, Francesco Sarcina.
Dykadja, Alessandra e le altre “sorelle guerriere” (come si chiamano tra loro) non hanno nessuna intenzione di fermarsi qui: “Il nostro gioco si è trasformato in una specie di ‘terapia del buon umore’ – constata Alessandra –. E dunque, perché non continuare? Con la nostra idea, nella sua semplicità, potremmo invitare altre donne che, come noi, stanno affrontando lo stesso percorso a sentirsi meno sole. Potremmo aiutarle a non nascondersi – per esempio, abbiamo scelto di non vivere la chemio nascondendola con parrucche, solo cuffiette o nulla –, a condividere con le persone che stanno loro intorno quello che hanno dentro. Perché la condivisione, davvero, è una delle terapie più efficaci che esistano per ridurre i carichi che ognuno di noi deve sopportare”.