29 settembre 2015 ore: 12:54
Immigrazione

A due anni dalla strage del 3 ottobre moltissime vittime ancora senza nome

La denuncia del sacerdote e attivista eritreo Mussie Zerai, che per primo si è adoperato per permettere l’identificazione delle 368 salme. “Il governo di Afewerki rema contro, l’Italia non si impegna: i corpi non potranno rientrare in patria”
Bare degli immigrati morti nel naufragio del 3 ottobre 2013

ROMA – A due anni dalla strage di Lampedusa, la maggior parte delle vittime del naufragio del 3 ottobre 2013, rimane ancora senza nome. I corpi delle oltre 360 vittime eritree (altre 8 erano etiopi) di una delle peggiori tragedie del Mediterraneo, restano in Italia, senza la possibilità di essere riportate nel paese natale, per la difficoltà di restituire un volto alle salme. A denunciarlo è padre Mussie Zerai, presidente dell’agenzia Habeshia. Eritreo come le vittime del naufragio, don Zerai fu il primo ad adoperarsi per rintracciare i familiari sparsi per l’Europa e permettere, attraverso l’esame del Dna il riconoscimento dei corpi.

La maggior parte dei familiari vive in Eritrea   
Ma, se in un primo momento l’iter sembrava avviato, ora a due anni di distanza è tutto fermo. “Le identificazioni vanno avanti solo nei casi in cui i familiari sono in Europa – spiega -. Le persone eritree presenti negli altri stati dell’Unione sono riuscite a mandare campioni da cui estrapolare il Dna. Con loro si sta procedendo per l’identificazione, ma la maggioranza dei familiari delle vittime del naufragio è in Eritrea, alcuni addirittura in zone rurali difficilmente raggiungibili, e con loro è molto difficile andare avanti”.

Il governo eritreo fa resistenza, e l’Italia non si impegna   
Secondo padre Zerai a ostacolare l’iter della procedura è la mancanza di una reale collaborazione tra i due Stati. “Da una parte c’è il governo di Isaias Afewerki che fa resistenza, difficilmente si potrà entrare nel paese per recuperare i dati di tutti i familiari – spiega -. Questo vuole dire che molte salme oltre a rimanere senza nome, non potranno neanche rientrare. Inizialmente, quando abbiamo chiesto a nome dei familiari il rimpatrio delle salme nel paese di origine, il regime aveva annunciato che lo avrebbe fatto a sue spesse, senza accettare l’elemosina di nessuno. Invece non fatto nulla: le salme sono ancora qui in Italia, l’identificazione procede a gocce, siamo ancora in alto mare”.
Secondo il presidente di Habeshia, se non si apre un canale di collaborazione tramite l’ambasciata italiana in Eritrea o tramite qualche organizzazione internazionale come la Croce rossa sarà difficile arrivare all’identificazione di tutti i corpi. “Il governo eritreo guarda con diffidenza l’accesso di agenzie internazionali nel paese, non è facile ottenere il visto. Inoltre ogni raduno è visto con sospetto quindi non sarà facile raggruppare i familiari, ma con l’aiuto delle organizzazioni internazionali si potrebbe tentare”. L’altro nodo è lo scarso impegno che il nostro paese ha mostrato per risolvere la questione: “L’Italia stenta a muoversi per non trovarsi coinvolta in qualcosa che poi non sa se potrà gestire – conclude -. Ma è chiaro che manca una volontà. Ci sono stati dei proclami all’inizio, da parte di entrambi i paesi, ma poi niente più e oggi solo un numero scarsissimo di corpi è stato identificato”. (ec)

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