19 dicembre 2013 ore: 12:54
Società

Abbandono scolastico, l’Italia tra le 5 peggiori d’Europa: al Sud, tasso del 25%

In media, il 17,6% dei ragazzi tra 18 e 24 anni lasciano gli studi prima del tempo, contro la media europea del 12,7. Il periodo più a rischio è il biennio delle superiori. L’obiettivo entro il 2020 è scendere al 10%. 12 Paesi dell’Ue ci sono già riusciti
Banchi vuoti - dispersione

ROMA – L’Italia è tra i 5 paesi europei in cima alla classifica per tasso di abbandono scolastico: con la media nazionale del 17,7%, è molto al di sopra della media europea (12,7%) e ancora assai lontana dall’obiettivo di ridurre la dispersione al 10% entro il 2020. Si fa peggio al Sud, dove i ragazzi tra 18 e 24 anni che abbandonano gli studi prima del tempo sono addirittura il 25%. Il periodo più a rischio è il biennio superiore, cioè intorno ai 15 anni. 

I dati, diffusi dalla Commissione europea, descrivono una situazione assai diversificata tra i Paesi dell’Unione: peggio dell’Italia fa la Spagna, con il 24,9% di ragazzi che acquisiscono al massimo la licenza media. Anche Malata (22,6%) e Portogallo (20,8%) sono meno virtuosi di noi. Fa meglio invece, seppur di poco, perfino la Romania (17,4%). Ben 12 Paesi hanno invece già raggiunto l’obiettivo, fissato per il 2020, di ridurre al 10% il tasso di dispersione scolastica. Vicini al traguardo anche Germania, Francia e Regno Unito. 

“L’allontanamento dall’Europa in merito alla dispersione scolastica – dichiara Marcello Pacifico, presidente Anief e segretario organizzativo Confedir – non è un dato casuale. Ma è legato a doppio filo ai tagli a risorse e organici della scuola attuati negli ultimi anni. In particolare negli ultimi sei, quando sono stati cancellati complessivamente 200mila posti, sottratti 8 miliardi di euro e dissolti 4mila istituti a seguito del cosiddetto dimensionamento (poi ritenuto illegittimo dalla Consulta). Ora, siccome è scientificamente provato che i finanziamenti sono correlati al successo formativo, questi dati non sorprendono: più si taglia e più la dispersione aumenta”. Per Pacifico, all’origine del problema c’è l’attuazione delle riforme Gelmini sulla scuola, che “hanno ridotto di un sesto l’orario scolastico, tanto è vero che oggi l’Italia detiene il ‘primato’ di far svolgere ai suoi alunni della primaria 4.455 ore studio, rispetto alle 4.717 dell’Ocse. E 2.970 in quella superiore di primo grado, rispetto alle 3.034 sempre dell’Ocse”. 

“Il problema – conclude Pacifico - è che invece di investire nella formazione, in professionalità, in tempo scuola, in competenze, ad iniziare da quelle nell’Ict, senza dimenticare l’apprendistato, in Italia si continua a considerare l’istruzione un comparto da cui sottrarre risorse. Invece è un settore chiave e deve necessariamente risalire la china. Assieme ad artigianato, turismo e nuove tecnologie”.

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