25 settembre 2018 ore: 14:26
Immigrazione

Accoglienza, tra i piccoli comuni montani: "Qui spendiamo la metà"

Nel comune di Priero, 530 abitanti nel cuneese, i cittadini temevano il “business dell'accoglienza” e grandi centri in mano a cooperative e privato sociale. Il sindaco: "Volevamo offrire un modello virtuoso. C'era grossa pressione da parte di cooperative e anche di Srl che spesso non lavorano affatto bene sull'accoglienza"
Accoglienza, mani di migranti - SITO NUOVO

MILANO – Quando nel 2017 il Prefetto ha chiamato a raccolta i sindaci della zona per distribuire i richiedenti asilo sul territorio, il piccolo comune di Priero – 530 anime nel cuneese – e altri cinque comuni nell'area, sui 250 totali convocati nel capoluogo di provincia, hanno fatto una scelta anomala e coraggiosa: gestire in proprio i Centri di accoglienza straordinaria (Cas) per migranti. Con i propri dipendenti comunali o quelli di enti pubblici controllati a lavorare all'interno. Niente privato sociale, quindi, niente cooperative a fare da intermediari. Per quale ragione? “Per metterci la faccia – risponde in prima battuta il sindaco Alessandro Ingaria, eletto con una lista civica, di professione documentarista –. Volevamo offrire un modello di gestione che potesse essere virtuoso”. Ma non solo questo: “C'era grossa pressione da parte di cooperative e in alcuni casi addirittura da Srl, che spesso non lavorano affatto bene sull'accoglienza – dice Ingaria –. Quindi si è trattato di fare un accordo con la nostra popolazione: la disponibilità dell'amministrazione a garantire una buona gestione, oculata anche dal punto di vista economico, con controllo diretto e se ci fosse stata qualche rimostranza o problema il cittadino sapeva a chi rivolgersi direttamente, ai proprio rappresentanti che ha eletto”.

box “Ovviamente non è mai successo niente – aggiunge il primo cittadino sorridendo – perché sono tutte paure preventive e anche perché il nostro comune ha già il 20 per cento di popolazione straniera, gente che lavora dalla mattina alla sera, quindi fra avere 100 stranieri o 106 non cambia assolutamente nulla”. Questo perché “il paradosso dei richiedenti asilo è che sono un ennesimo flusso migratorio proveniente in Italia, qualcuno ci fa propaganda enfatizzando le debolezze del sistema ma la migrazione non è una novità”. Tuttavia a Priero, nella fase dell'emergenza i cittadini erano spaventati dal cosiddetto “business dell'accoglienza”: “L'immediata reazione della popolazione alla proposta – sostiene il sindaco – era il timore del privato sociale, perché vedeva fiorire centri da 50, 60, 100 persone alla volta”. “Con la nostra scelta concordata con la prefettura abbiamo una clausola di salvaguardia: sul territorio non può subentrare il privato”.

I risultati? “Possiamo ospitare fino a 6 persone, oggi ne accogliamo cinque: quattro dal Bangladesh e una dal Pakistan, dentro un immobile di proprietà pubblica destinato ad accoglienza turistica e a breve li trasferiremo in una vera e propria abitazione che fa sempre parte del patrimonio pubblico” spiega il sindaco. “Loro danno una mano alle attività comunali: agli operai, all'organizzazione delle feste, il teatro, i momenti sociali anche per migliorare l'apprendimento dell'italiano”. “Un ragazzo molto motivato lo abbiamo iscritto in prima liceo, grazie alla grande visione della dirigente scolastica che ha interpretato in maniera estensiva la normativa: certo non può avere l'interrogazione d'italiano ma segue la classe nelle normali attività”. “Con il nuovo anno altri due ragazzi hanno chiesto di poter partecipare a un corso professionalizzante di cucina. Il nostro problema è il trasporto pubblico, non abbiamo scuole, nemmeno elementari, ed è difficile lo spostamento per conseguire la licenza”.

Racconta anche aneddoti divertenti il sindaco Ingaria: “Mi avvicinano i miei compaesani e mi dicono sorpresi 'Ah ma sorridono!'. Infatti questo è stato il primo consiglio che ho dato ai ragazzi quando li abbiamo ospitati: 'Mi raccomando, salutate sempre'”. Poi torna serio: “Ora passeggiano per le vie, salutano, ma la critica grossa infatti non è rivolta alle persone migranti, ma al sistema di gestione: parcheggiamo delle persone anche molto volenterose per anni in dei centri e ai cittadini all'esterno appare solo che lo Stato spende 35 euro al giorno”. E proprio sui costi il primo cittadino del piccolo comune piemontese ha qualche rimostranza verso il sistema complessivo: “Se scomputiamo le spese per la ristrutturazione e la messa a norma dell'immobile che comunque rimarrà alla comunità in futuro e quelle per l'allestimento in emergenza (letti, frigoriferi) perché la chiamata della Prefettura era oggi per domani – racconta –: Noi spendiamo poco più della metà dei 35 euro per offrire vitto, alloggio, pocket money ai migranti e orientamento linguistico. Ogni tanto hai la spesa esterna del mediatore culturale o dello psicologo perché non puoi ovviamente assumerne uno per sei persone. I sindaci dei paesi vicini, che hanno fatto come noi, danno gli stessi conti”. E più in generale: “Se avessi potuto gestire in proprio sa cosa facevo? Rilasciavo cinque visti da lavoro, li rincontravo fra un anno e giudicavo la loro posizione: loro erano più contenti e noi risparmiavamo 70 mila euro”.

Per Ingaria è proprio qui che hanno sbagliato i governi Renzi e Gentiloni: “Con 150mila visti di lavoro risolvevano il problema e non sarebbe accaduto nulla, ma se blocchi i flussi in uscita, se ogni sei mesi devi andare in questura è chiaro che crei disagio”. Anche perché “lavorare nel corso del periodo di attesa della commissione non è così agevole, perché se i ragazzi lo trovano full time escono dal sistema di accoglienza e restano richiedenti asilo, ma senza ospitalità nel centro. Non è nemmeno così facile trovarlo qui da noi: non siamo Torino e nemmeno campagna cuneese con tanta l'agricoltura”. “Si è cercato negli anni di redistribuire i richiedenti nelle aree rurali perché sono spopolate, però il problema è che quando escono dai centri vanno nelle città – chiude il sindaco –. Del resto se ne sono andati gli italiani, perché si devono fermare loro?”. (Francesco Floris)

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