4 settembre 2015 ore: 15:04
Economia

Caporalato, la Rete del lavoro agricolo di qualità rischia di essere una beffa

La denuncia della Flai Cgil. L'organismo voluto dal ministero e partito l'1 settembre prevede meno controlli per chi aderisce, ma i requisiti d’accesso non bastano a tener fuori chi sfrutta i lavoratori. Mininni: “Anche le aziende non in regola potrebbero ottenere il marchio”
Caporalato, sfruttamento agricoltura, bracciante curvo su campo

ROMA – E’ partita il primo di settembre, ma la “Rete del lavoro agricolo di qualità” voluta dal ministero delle Politiche agricole (Mipaaf) e che punta a contrastare caporalato e altri fenomeni di irregolarità nel settore agricolo rischia di essere un boomerang: stando a quel che prevede la legge (decreto legge 91/2014, convertito dalla legge 11 agosto 2014, n. 116), chi chiede l’adesione alla rete paradossalmente avrà meno controlli di chi ne resta fuori. A denunciare la ‘falla nel sistema’ è Giovanni Mininni, segretario nazionale della Flai Cgil, a quattro giorni dall’attivazione della procedura di registrazione sul sito dell’Inps. Stando a quello che riporta anche il sito del governo, possono fare richiesta le imprese agricole che non hanno riportato condanne penali o procedimenti penali in corso per violazioni della normativa in materia di lavoro e legislazione sociale e in materia di imposte sui redditi e sul valore aggiunto, che non sono stati destinatari, negli ultimi tre anni, di sanzioni amministrative definitive per le violazioni di cui al punto precedente e che, infine, sono in regola con il versamento dei contributi previdenziali e dei premi assicurativi. Tuttavia, tali requisiti non bastano per tener fuori dalla rete le aziende che sfruttano o che si rivolgono ai caporali.

L’idea di una rete del lavoro agricolo di qualità è quella di dare una sorta di “bollino etico” alle aziende che desiderano aderire all’iniziativa. “La convenienza per le imprese è quella di avere un marchio di qualità, un valore aggiunto che le aziende possono spendersi nella commercializzazione. Quasi come un bollino etico”. Tuttavia, il rischio è che il bollino non attesti realmente un lavoro di qualità sperato. “In realtà, la rete manca di contenuti nella misura in cui non dice cosa deve fare l’impresa per avere questo bollino – spiega Mininni -, perché i tre punti che prevedono l’iscrizione dicono che non devi aver avuto condanne penali, che non devi avere procedimenti, ma non dicono che devi essere in regola. Paradossalmente l’azienda della signora Paola Clemente (la bracciante agricola morta a 49 nelle campagne di Andria, ndr) potrebbe aderire perché formalmente era in regola”. Non è tutto. Una volta entrati nella rete, le aziende hanno un ulteriore vantaggio: meno controlli, a discapito di chi non ha aderito. “È scritto nell’articolo 6 della legge 116 del 2014, al punto 6 – spiega Mininni -. La legge dice in maniera esplicita che, fatti salvi i controlli ordinari in materia di tutela della salute e sicurezza sui luoghi di lavoro, tutti gli altri controlli saranno dirottati sulle imprese che non aderiscono alla rete”.

Al Mipaaf, intanto, dopo il vertice voluto dal ministro Maurizio Martina lo scorso 27 agosto a cui ha partecipato anche il ministro del Lavoro e delle politiche sociali, Giuliano Poletti, ancora non si riunisce la cabina di regia voluta dallo stesso Martina per dare un segnale forte contro l’illegalità. “La cabina di regia non si è ancora insediata – aggiunge Mininni -, ha lavorato nei mesi scorsi in maniera informale per capire come si poteva organizzare questo lavoro, è stato individuato chi deve coordinarlo, cioè l’Inps, mentre la rete formalmente è partita dal 1 settembre”.

Tuttavia, il rischio di creare un “ombrello” protettivo sotto al quale vadano a rifugiarsi anche aziende non in regola è già stato segnalato al ministro. “C’è un pericolo oggettivo – denuncia il segretario della Flai Cgil – e l’abbiamo segnalato nel vertice al ministero. Il problema è che se fai partire questa rete dal primo settembre, tutte le imprese corrono ad iscriversi perché si beccano questo bollino gratis, mentre molte imprese devono pagare per avere la certificazione sugli alimenti, in questo caso ne avrebbero uno dal ministero con la semplice iscrizione alla rete. Poi non avrebbero più i controlli se non quelli sulla sicurezza sul lavoro. Quindi diventa un ombrello protettivo per imprese come quella della signora Paola. Il rischio è che imprese che ancora violano le regole corrano ad iscriversi”. I controlli potrebbero essere fatto comunque su segnalazione, ma anche in questo caso non sembrano essere sufficienti. “Bisognerà rincorrere queste aziende per dimostrare che non sono in regola, ma noi non siamo un organismo ispettivo, per quanto come sindacato siamo venuti a conoscenza di alcuni avvenimenti, non ce la facciamo a sapere tutto”.

Un pasticcio non facile da risolvere, ma qualcosa si può fare. A partire dal collegato alla legge fermo ormai da mesi alla Camera. “Martina, sull’onda della forte pressione, ha fatto partire in fretta e furia questa rete per dare una risposta – aggiunge Mininni -, ma attenzione: manca ancora il pezzo fermo alla Camera che è il famoso collegato agricolo che dà alla rete una serie di poteri e funzioni che oggi non ha e che danno un ruolo di controllo maggiore su sfruttamento e caporalato. Addirittura potrebbero dare alla rete una funzione non dico di collocamento pubblico, ma di coordinamento dei luoghi della domanda e dell’offerta. Se in agricoltura esiste il caporalato è anche perché non c’è un collocamento e le imprese non sanno dove andare ad assumere i lavoratori. Glieli porta il caporalato”.

Tuttavia, ammette Mininni, anche il collegato agricolo non riuscirebbe a risolvere il problema dell’ombrello protettivo aperto anche su chi non se lo merita. “Bisognerebbe modificare il testo della legge”, spiega Mininni, che chiede al ministro controlli già a partire dall’iscrizione alla rete. “Abbiamo chiesto che, perlomeno nel primo anno, i controlli possano continuare ad essere fatti, anzi: a maggior ragione per chi viene certificato dall’Inps e dal ministero – spiega Mininni -. Poi non basta l’espulsione dalla rete come dice la legge se l’imprenditore viene condannato penalmente, ma chiediamo che basti venir pizzicati ad utilizzare il caporalato e lo sfruttamento dei lavoratori, cioè la mancata applicazione dei contratti”. Sulla questione, però, al momento non ci sono novità. “Capiamo l’esigenza di dare una risposta veloce – conclude Mininni -, ma si approvi subito questo collegato che giace alla Camera da troppo tempo, altrimenti la rete diventa un’operazione di facciata”.(ga) 

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