12 novembre 2013 ore: 16:03
Famiglia

Adolescenti prostitute, vittime del disagio: “Fenomeno sottovalutato”

Per il responsabile del reparto di neuropsichiatria infantile dell’Ospedale Bambino Gesù, Stefano Vicari, invocare un disturbo psichiatrico per spiegare i fatti significa provare a giustificarlo. Quando in realtà chiama in causa i modelli educativi

ROMA – Il fenomeno delle giovani adolescenti che si prostituivano “va affrontato da un punto di vista sociale e non hanno nulla a che fare con la malattia mentale: si tratta invece di un malcostume di modelli che abbiamo imposto ai nostri figli, legato apparire e al mostrarsi. Così il responsabile del reparto di neuropsichiatria infantile dell’Ospedale Bambino Gesù, Stefano Vicari, giudica i recenti fatti di cronaca che hanno portato alla scoperta di un’organizzazione che sfruttava la prostituzione minorile.

Professor Vicari, cosa pensa del caso di prostituzione minorile venuto alla luce recentemente a Roma?
Sarebbe bene che gli psichiatri restassero fuori dall’argomento. Quello della prostituzione minorile non è un tema su cui la psichiatria debba necessariamente interrogarsi. E’ un discorso molto particolare e molto delicato. Bisognerebbe invece interrogarsi sui sistemi di tutela che sono previsti a difesa dell’infanzia.

Lei ritiene che non siano adeguati?
No, io credo che non siano sufficienti. Non credo che ci sia una giusta attenzione sul tema dei minori, che siano protetti in maniera sufficiente. Ritengo che quanto sia accaduto sia il segno di una degenerazione dei costumi che vengono imposti dall’adulto, il quale è assolutamente indifferente rispetto al benessere del bambino e dell’adolescente. Tutto questo non è legato alla psichiatria, quanto piuttosto all’eventuale prevenzione da disturbi di tipo psichiatrico.

Che idea si è fatto?
Quello che colgo da questa vicenda è tutta la parte più diffusa. Il fatto che ci siano delle adolescenti che per essere popolari – questo è il termine che viene usato dai loro coetanei – debba concedersi facilmente, mi sembra molto difficile da credere. Se noi medicalizziamo i casi in oggetto, parlando di situazioni patologiche, nel senso della terminologia psichiatrica, perdiamo di vista la gravità della situazione.  Stiamo parlando invece di situazioni di una tale incuria, una tale volgarità nei costumi, che è qualche cosa di più diffuso, molto più difficile da trattare. Ad una persona afflitta da patologie di tipo psichiatrico vengono somministrati generalmente dei farmaci. In questo caso invece occorre ripensare i nostri modelli culturali, i nostri modelli sociali. Il problema va affrontato quindi da un punto di vista sociale, e riguarda più un malcostume di modelli che abbiamo imposto ai nostri figli. Sono i modelli dell’apparire, del mostrarsi, che nulla hanno a che fare con la malattia mentale. I disturbi psichiatrici sono una cosa seria, con delle caratteristiche proprie e anche dei percorsi di cura. Qui c’è da ripensare alla base il modello genitore-bambino, il modello scuola-bambino, il modello società-bambino, ma anche la televisione e il sistema dei mass media. Quindi, si tratta più di una riflessione più di tipo sociologico che medico, e per questo ne parliamo con grande pudore.

Nella sua professione si sarà trovato di fronte a casi di questo genere?
Ho avuto in cura adolescenti con un disturbo psichiatrico, che come conseguenza di tale disturbo si prostituivano, perché non erano in grado di cogliere il limite, il confine. Ma non mi sembra che sia questo il caso. Per quel poco che ho letto. Ma anche per la diffusione che il fenomeno ha.

Un fenomeno che è molto sottovalutato?
Si, ho questa impressione: è molto sottovalutato. Credo che invocare la malattia mentale sposti un po’ il dibattito dalle sue cause naturali, tentando quasi di giustificarlo. Invece il caso è di una gravità tale che va al di la dell’emergenza psichiatrica.

E’ proprio questa gravità che invece non viene colta dalla classe dirigente...
Perché ci fa comodo pensare che siano situazioni eccezionali di persone malate e quindi comunque in qualche modo confinabili ed emarginabili, mentre in realtà è una situazione che ha a che fare molto con i nostri modelli, che noi educatori o comunque tutti noi che abbiamo delle responsabilità, forniamo ai nostri ragazzi. Attiene invece più al disagio, che è un tema molto più diffuso, che non riguarda la malattia mentale. Certo, più c’è disagio e meno prevenzione si tende a fare nei confronti della malattia mentale: quegli elementi che sono a rischio per un disturbo mentale, tendono ad affiorare attraverso il disagio stesso. Se io voglio fare prevenzione rispetto alla malattia psichiatrica devo ridurre il disagio, aumentando tutte quelle forme di protezione sociale ed educative, in modo da rinforzare i  più deboli, i più fragili. Se io sono a rischio di una malattia mentale e vivo in una condizione ad esempio di traumi ripetuti, abusi , maltrattamenti, sono marginale e sono più a rischio di sviluppare una malattia mentale. Quindi tutto ciò che chiamiamo salute mentale e benessere, che rientra quindi anche in un ambito educativo e sociale, è assolutamente fondamentale per proteggere da un disturbo mentale. Ma il disturbo mentale è un’altra cosa. Il disturbo mentale è una condizione medica particolare, che richiede procedure mediche ed interventi ben mirati e ben precisi. La povertà non è una malattia. La superficialità e la pochezza intellettuale non sono una malattia.

Anche questa netta distinzione che fanno gli adolescenti tra la sfera sessuale e quella affettiva, rientra in un modello di valori e di comportamenti mutuato dagli adulti?
Perfettamente d’accordo. E’ esattamente questo il punto. E’ un modo di dire. Se noi vediamo una persona che si comporta in un modo un po’ bizzarro, diciamo che quello è un matto. Ecco, non possiamo classificare tutto ciò che è atipia comportamentale e nell’adattamento, come un disturbo mentale. Questa confusione può essere pericolosa, e per questo sono molto prudente a parlare su questo argomento. Bollare questi episodi di cronaca come segno di una malattia mentale è limitante, ed assolve chi invece ha commesso un reato.

C'è la reazione, da parte della società, a tendere a giudicare negativamente chi si prostituisce e non invece il sistema che porta la persona a prostituirsi...
Certo, le ragazze sono le vittime di questo sistema, non c’è dubbio, se non altro per la loro età. (Claudio Meloni)

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