29 aprile 2017 ore: 15:20
Immigrazione

Affido per i minori non accompagnati: la famiglia straniera è un punto di forza

Si chiama “Affido consensuale omoculturale”, prevede l’inserimento dei minori non accompagnati in famiglie della stessa etnia. Il progetto di Grottammare interessa il mondo accademico. L’assistente sociale del Comune: facilità di inserimento e risparmio per le casse comunali
Minori stranieri. Ragazzino

GROTTAMMARE (ASCOLI PICENO) - Si chiama “Affido consensuale omoculturale”, prevede l’inserimento dei minori non accompagnati in famiglie della stessa etnia ed è la sponda a cui sempre più spesso si affidano i servizi sociali dei comuni italiani alle prese con l’accoglienza e la gestione dei bambini e dei ragazzi stranieri che arrivano sul loro territorio. Nelle Marche un’esperienza decennale che vede ancora diversi coni d’ombra ma che, nonostante le criticità, suscita interesse anche fuori regione. Il progetto attuato nel territorio di Grottammare (Ap) nasce dalla collaborazione tra il Comune e la comunità educativa “Lella” ed ha attirato l’interesse del mondo accademico come esempio di buone pratiche in ambito sociale.
Una ricercatrice dell’Università di Ferrara, Paola Bastianoni, interessata ad approfondire le attività svolte dalla comunità per minori, ha incontrato Matilde Capretti, l’assistente sociale del Comune, per conoscere l’esperienza nata nel 2015 e che contribuisce a portare un sensibile risparmio alle finanze dell’ente.

In che cosa consiste l’affido consensuale omoculturale e quali sono i punti di forza del progetto?
“Nell’affido consensuale omoculturale – spiega Matilde Capretti - il minore è inserito in famiglie di connazionali che sono individuate sul territorio, preparate e formate, dove il bambino/ragazzo trova un appoggio e un sostegno affettivo molto utile e performante. Si intuisce facilmente che in un nucleo familiare che ha la sua stessa cultura, parla la sua lingua ed ha tradizioni comuni, vengono facilmente annullati i problemi che scaturiscono dalla diversità linguistica e culturale del paese d’origine rispetto a quello di destinazione.
Il progetto si caratterizza per l’attivazione di percorsi misti, che mettono in relazione i servizi sociali dei Comuni, le Comunità educative e le famiglie affidatarie. In questo modo, è garantita al minore una rete sociale che lo condurrà alla gestione autonoma della propria vita, una volta maggiorenne”.

I Comuni, sempre più spesso e sempre con meno risorse a disposizione, sono chiamati a farsi carico dei minori non accompagnati e l’affido omoculturale riesce a dare respiro anche ai bilanci. “Il nostro territorio - prosegue l’ideatrice del progetto - negli ultimi anni è stato fortemente caratterizzato dal fenomeno dell’arrivo cospicuo di minori stranieri non accompagnati (Msna) la cui tutela da parte delle istituzioni deve essere piena e incondizionata, influendo notevolmente sull’organizzazione e sui bilanci dei Comuni. La protezione dei minori al di fuori di un progetto di affido familiare costa mensilmente circa 3000 euro. Mentre il ricorso all’affido familiare genera un risparmio del 70 per cento per le casse comunali”.

Quali sono le maggiori criticità per la gestione dei minori non accompagnati?
“Il problema più grande è trovare le famiglie affidatarie. Affido omoculturale vuol dire affidare il bambino o il ragazzo prevalentemente a un nucleo della stessa etnia. Questo non esclude la famiglia italiana ma i nostri connazionali sono ancora più restii nei confronti dei minori stranieri. In questo momento a Grottammare stiamo lavorando su 5 ragazzi. Il progetto iniziale era molto più strutturato e vorremmo riprenderlo nel più breve tempo possibile: prevedeva, ad esempio, la creazione di un punto di riferimento per l’individuazione delle famiglie tramite le comunità che sono in contatto con le diverse etnie. Dovrebbero essere le stesse comunità ad intercettare sul territorio le famiglie disponibili e formarle per gestire l’arrivo del bambino”.

Nell’affido omoculturale c’è bisogno del consenso del minore?
“Sì, il percorso non è obbligatorio ed il minore deve essere disponibile. E questo è un altro punto critico – sottolinea Matilde Capretti – perché i minori che arrivano spesso sanno cosa li attende e si aspettano un certo tipo di accoglienza. Quando proponi loro di lasciare la comunità per andare in famiglia, vai spesso incontro a forti resistenze: temono che la famiglia non sia in grado di garantire loro il supporto che hanno vivendo in comunità. E’ chiaro che molti dei servizi offerti dalle comunità, come le pratiche per i documenti, i permessi, la parte sanitaria e scolastica, restano di competenza delle stesse, perché le famiglie non potrebbero mai portare a termine questo genere di pratiche”.

Che succede quando questi ragazzi diventano maggiorenni?
“Raramente vediamo arrivare bambini, i ragazzi di cui ci occupiamo sono sempre a ridosso della maggiore età. Quasi tutti dicono di essere nati il primo gennaio e non sempre si riesce ad individuare esattamente la data di nascita. Questo è un altro grande problema, perché non si ha abbastanza tempo per poter lavorare sul minore, che appena diventa maggiorenne perde tutte le tutele. Quando i Comuni avevano più risorse si riusciva ad avviare un percorso lavorativo, oggi è tutto più difficile e i ragazzi rischiano di restare ‘appesi’ sulle spalle della comunità. L’idea della famiglia omoculturale va anche in questo senso: sia che siano riusciti ad avere un lavoro, sia che non lo abbiano ottenuto, sono comunque inseriti in una rete amicale che può sostenerli, inserendoli in altri canali lavorativi”.

Non solo assistenza ai minori. L’affido omoculturale mira anche a coinvolgere direttamente i migranti ben inseriti e in questo senso i progetti sono visti come un’opportunità non solo per chi è accolto ma anche per chi accoglie: momenti preziosi attraverso i quali il migrante acquista un ruolo sempre più importante nella società in cui è inserito, diventando un punto di riferimento sia per i propri connazionali che per le stesse istituzioni. (Teresa Valiani) 

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