20 maggio 2022 ore: 19:15
Immigrazione

Aiutarono i connazionali, assolti gli eritrei accusati di favoreggiamento. “Fine di un’odissea”

di Eleonora Camilli
Lo ha deciso la Cassazione. Il processo andava avanti da sette anni. L’avvocata: “Finalmente è arrivata ll’assoluzione con formula piena che aspettavamo da tempo. Oggi la soddisfazione è massima”. I quattro erano seguiti da un team di avvocate e supportati dall’associazione ColtivAzione
Eleonora Camilli sgombero eritrei Piazza Indipendenza

Sgombero eritrei Piazza Indipendenza

ROMA - Tutti assolti per non aver commesso il fatto. Dopo sette anni si conclude l’odissea di quattro cittadini eritrei accusati di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina per aver aiutato dei connazionali a Roma. Lo ha deciso oggi pomeriggio una sentenza della Cassazione. “Finalmente è arrivata l’assoluzione con formula piena che aspettavamo da tempo. Oggi la soddisfazione è massima ma questi ragazzi si sono fatti già 18 mesi di custodia cautelare senza motivo” sottolinea Giuseppina Seddaiu, una delle avvocate del team formato da Raffaella Flore, Ludovica Formoso e Tatiana Montella, che ha portato avanti il processo insieme all’associazione ColtivAzione. 

La storia, come già raccontato da Redattore Sociale, inizia a Roma nel 2015 con lo sgombero della baraccopoli di Ponte Mammolo, un insediamento informale in cui vivevano persone provenienti da diversi paesi: eritrei, ucraini, sudamericani. Il borghetto, che sorgeva a via delle Messi d’Oro, era salito agli onori delle cronache, qualche mese prima, per una visita inaspettata di Papa Francesco. Negli anni, quel borgo fatto di baracche, noto come “Comunità della Pace”, era diventato la casa di tanti, che nell’impossibilità di pagare un affitto, si rifugiavano in una delle costruzioni in lamiera o cemento. Ma era anche un luogo di accoglienza dei tanti transitanti che passavano da Roma e lì facevano una breve sosta con l’obiettivo di raggiungere poi le altre città del nord Europa. A maggio le ruspe entrarono in azione, e in quei giorni si parlò di un’azione legata alle condizioni alloggiative. Oggi sappiamo che dietro l’operazione c’era anche l’inchiesta sul favoreggiamento dell’immigrazione irregolare, che metteva nel mirino alcuni luoghi simbolo dell’accoglienza romana, tra cui Ponte Mammolo. 

Secondo l’accusa esisteva infatti una rete internazionale, che agiva a scopo di lucro, nella quale era inserita anche una cellula romana, costituita da un’associazione ben strutturata, con compiti e ruoli definiti e una precisa catena di comando. Tra i luoghi a disposizione della rete anche il palazzo di via Curtatone, adiacente piazza Indipendenza  (sgomberato nel 2017) e quello in via Collatina. Gli eritrei sono stati imputati di favoreggiamento dell’immigrazione irregolare e di partecipazione a reato associativo. L’associazione avrebbe avuto un profilo allarmante, perché strutturata a livello internazionale e operante dell'Africa fino in Italia: dalla tratta del mare alle città europee. Inoltre, la rete avrebbe operato in base alla hawala: un sistema di scambio di denaro. A capo dell’associazione criminale ci sarebbe stato Mered Medhaine, detto il Generale, ritenuto il responsabile della strage di Lampedusa del 2013 e sotto processo in Italia. A finire in tribunale, e in carcere però non è stato lui ma Medhanie Tesfamariam Berhe, per uno scambio di persona. 


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