29 aprile 2019 ore: 14:26
Non profit

Aiuti ai migranti nei campi libici, le ong replicano al servizio de Le Iene

Nove migranti dei campi di Tariq al Seqa e Tariq al Matar, raccontano di non aver mai ricevuto gli aiuti della cooperazione italiana. Cesvi: "La nostra attività si è svolta nella sezione femminile". Emergenza Sorrisi: "Abbiamo visitato 992 persone, abbiamo nomi, cognomi e patologie". Helpcode: "Faremo altre verifiche"
Cooperazione, mani con immagini dei continenti - SITO NUOVO

MILANO - Gli aiuti della cooperazione italiana arrivano effettivamente ai migranti rinchiusi nei campi libici? A sollevare il dubbio è il servizio de Le Iene andato in onda ieri 28 aprile. Servizio che punta l'attenzione su due campi, Tariq al Seqa e Tariq al Matar, e gli aiuti gestiti da tre ong: Emergenza Sorrisi, Cesvi e Help Code. La Iena Gaetano Pecoraro ha intervistato nove migranti che da maggio ad agosto del 2018 sono stati in questi campi: raccontano non solo delle violenze di cui sono stati vittime, ma anche che non hanno mai visto gli aiuti della cooperazione italiana. Nessuna assistenza sanitaria, né kit igienici, mentre materassini e coperte sono state distribuiti da chi gestisce il campo solo in occasione di visite di personalità ma poi tolti subito. Pronta la replica di Cesvi e Emergenza Sorrisi, per le quali il servizio delle Iene non corrisponde alla verità dei fatti. "Nel periodo febbraio-luglio 2018 Cesvi, già impegnato su diversi progetti, ha operato anche nei centri di detenzione di Tariq al Seqa, Tariq al Matar e Tajoura, nell’area di Tripoli, con un finanziamento dell'Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo per un ammontare complessivo di 296.044 euro - si legge in un comunicato - . Il servizio andato in onda si è basato sulla testimonianza di nove ragazzi eritrei presenti nei centri di detenzione, che hanno a ragion veduta sostenuto di non avere avuto contatti con gli operatori di Cesvi. Nei mesi della loro detenzione, infatti, la nostra attività si è svolta nella sezione femminile di questi centri, separata da quella maschile, dove abbiamo svolto attività di supporto per donne e bambini. La possibilità di operare nel centro di Tariq al Seqa, tra l’altro, è stata bloccata dal 3 giugno fino alla fine di luglio 2018 come attestano i report e le comunicazioni ufficiali inviate all'Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo". 

Emergenza Sorrisi si è occupata della formazione di 15 medici libici, che hanno poi offerto assistenza medica all'interno dei due campi e, all'esterno, alla popolazione che vive nella zona. Il progetto è durato sei mesi, da gennaio a giugno 2018, ed è stato finanziato dall'Agenzia italiana per la cooperazione con 327 mila euro. "I medici hanno visitato 992 persone, nei registri c'è il loro nome, cognome e patologia. È tutto documentato - racconta Fabio Abenavoli, presidente della ong-. Abbiamo dato un'assistenza medica a persone sofferenti. Questa era la nostra mission. Siamo medici. È chiaro che questi campi non dovrebbero esserci, ma per questo non dobbiamo portare un aiuto?". 

Il servizio delle Iene sottolinea che i campi sono luoghi di detenzione e pertanto le ong non sono in grado di muoversi liberamente e aiutare concretamente chi vi è rinchiuso. "Gli operatori di Cesvi operano all’interno dei centri di detenzione e a diretto contatto con le persone da assistere, laddove l’accesso è consentito - sottolinea l'ong -. Ogni servizio di assistenza – psicologica o materiale – prestato viene registrato in uno specifico database di progetto che, insieme alla documentazione tecnica e ai rapporti compilati dallo staff sul campo, consente a Cesvi e agli organi di controllo di verificare l’effettiva messa in pratica delle azioni pianificate. A fronte dell’elevato numero di persone rinchiuse a Tariq al Seqa – oscillante in quei mesi tra 970 e 1.200 secondo i dati Iom – così come negli altri centri, l’intervento di Cesvi si è focalizzato sui soggetti a noi accessibili e individuati come più vulnerabili: donne, bambini, adolescenti e minori non accompagnati". 

Cesvi ha comunque pubblicato tutti i report del progetto sul proprio sito web. "Abbiamo fornito queste ed ulteriori informazioni anche a Le Iene - aggiunge la ong -, ma nel servizio non ne è stato fatto cenno. L’intervista, di quasi un’ora del nostro amministratore delegato, è stata espunta secondo le esigenze del racconto dell’inviato. Con la trasparenza che ci contraddistingue abbiamo deciso quindi di mettere a disposizione di tutti un report di approfondimento con il dettaglio delle attività realizzate, che ha portato sollievo alla disperata esistenza di 1.640 persone detenute in drammatiche condizioni nei centri libici".

Helpcode conferma invece di aver distribuito gli aiuti, attraverso il partner libico Staco. In particolare sostiene di aver portato ai migranti 2.800 materassi, 2.800 lenzuola, 2.800 coperte, 2.800 asciugamani, 2.800 scarpe, 2.800 vestiti, 930 kit igienici per le donne, 3.550 saponette e shampoo e 2.800 spray repellenti. E di aver costruito 15 servizi igienici nel centro di Tariq al Seqa, 15 a Tariq al Matar e 12 a Tajoura. "Secondo le testimonianze riportate dal servizio de Le Iene -si legge in un comunicato di Helpcode-, i kit distribuiti ai detenuti dai centri di Triq al Sikka e Trik al Matar nel 2018 sono stati sequestrati successivamente da chi li gestisce. Abbiamo fatto e continueremo a fare grandi sforzi per riuscire a monitorare al meglio l’effettiva realizzazione delle attività previste, la consegna dei kit ai detenuti e l’effettiva fruizione dei beni e servizi da noi offerti ai detenuti che versano in condizioni drammatiche". La ong comunque si riserva di fare ulteriori controlli. “Se i fatti emersi dalle testimonianze si rivelassero veri, sarebbe molto grave – spiega Alessandro Grassini, segretario generale di Helpcode. Noi faremo tutte le necessarie verifiche per assicurarci che i kit e i beni di prima necessità arrivino nelle mani delle persone a cui sono destinati. Operiamo in favore di chi ha bisogno e sempre nella totale trasparenza”.(dp)

ultimo aggiornamento: 30/04/2019

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