11 settembre 2019 ore: 16:32
Società

Aiuto al suicidio, Bassetti: “Non va accolta la richiesta di morte”

Il presidente della Cei spera ancora nel Parlamento e in “tempi supplementari” concessi dalla Corte Costituzionale. La depenalizzazione di suicidio assistito e eutanasia sarebbe una “voragine con enormi conseguenze sociali”

Va respinto il principio per il quale la richiesta di morire debba essere accolta per il solo motivo che proviene dalla libertà del soggetto” e “va confutato il presupposto che quella di darsi la morte sia una scelta di autentica libertà, poiché la libertà non è un contenitore da riempire e assecondare con qualsiasi contenuto, quasi la determinazione a vivere o a morire avessero il medesimo valore”. A dirlo è il cardinale Gualtiero Bassetti, arcivescovo di Perugia – Città della Pieve e presidente della Conferenza Episcopale Italiana (Cei). Intervenendo nel corso del convegno “Eutanasia e suicidio assistito – Quale dignità della morte e del morire?” organizzato da una rete di organizzazioni cattoliche guidate da Associazione Italiana Psicologi e Psichiatri Cattolici, Associazione Medici Cattolici Italiani, Forum delle Famiglie, Forum Sociosanitario, Movimento per la Vita e Associazione Scienza e Vita.

Bassetti torna ad esprimere la posizione della Chiesa italiana sul tema del fine vita e della questione, sollevata di fronte alla Corte Costituzionale, della regolamentazione dell’aiuto al suicidio, in seguito al processo nato dal caso Cappato – Fabiano Antoniani. Basetti ricorda che il tema “influenza il sentire comune e la prassi quotidiana”, determinando “gli stessi principi della convivenza”.

La libertà della persona e la rivendicazione del diritto al suicidio

“Il suicidio assistito – dice il presidente della Cei - è inteso dai suoi promotori come un diritto da assicurare a chi sia irreversibilmente malato e come un’espressione di libertà personale. Necessaria e sufficiente sarebbe la manifestazione del desiderio del soggetto di non proseguire la propria esistenza, intenzione alla quale si dovrebbe dare seguito e attuazione. Questo passaggio cruciale – dice - rappresenta il punto di appoggio della posizione di coloro che rivendicano il diritto al suicidio e, al tempo stesso, il punto di maggiore debolezza del loro ragionamento. Essi ritengono che esaudire chi chieda di essere ucciso equivalga a esaltarne la libertà personale. In che modo, però, può dirsi accresciuta la libertà di una persona alla quale, proprio per esaudirla, si toglie la vita? Da parte nostra affermiamo con forza che, anche nel caso di una grave malattia, va respinto il principio per il quale la richiesta di morire debba essere accolta per il solo motivo che proviene dalla libertà del soggetto”.

 

La percezione della vita come un peso

Bassetti mette in guardia contro un fatto: “La volontà di togliersi la vita, anche se attraversata dalla sofferenza e dalla malattia, rivela una mentalità diffusa che porta a percepire chi soffre come un peso. Il malato diventa un peso per la famiglia”: è “drammatico”, per il presidente della Cei, “che la condizione di chi è meno autonomo sia percepita come una zavorra per la famiglia, per la società e per la comunità dei “forti”. Ma – afferma – “siamo persone, non semplici individui, e nessuno ha solo la capacità di dare o di ricevere, ma tutti diamo e riceviamo al contempo”. Sottrarsi a questo scambio è “atto di egoismo”: “Vivere – dice Bassetti - è un dovere, anche per chi è malato e sofferente. Mi rendo conto – afferma subito dopo - che questo pensiero ad alcuni sembrerà incomprensibile o addirittura violento. Eppure, porta molta consolazione il riconoscere che la vita, più che un nostro possesso, è un dono che abbiamo ricevuto e dobbiamo condividere, senza buttarlo, perché restiamo debitori agli altri dell’amore che dobbiamo loro e di cui hanno bisogno”.

Parlamento, Corte Costituzionale e aiuto al suicidio

Riguardo al concreto sviluppo istituzionale, Bassetti afferma che, come auspicato dal presidente del Consiglio Conte, il Parlamento “dovrebbe in breve tempo poter discutere e modificare l’art. 580 o, comunque, avviare un iter di discussione della legge che potrebbe indurre la Corte stessa a concedere un tempo supplementare”. Da questo punto di vista “la via più percorribile sarebbe quella di un’attenuazione e differenziazione delle sanzioni dell’aiuto al suicidio, nel caso particolare in cui ad agire siano i familiari o coloro che si prendono cura del paziente. Questo scenario, tutt’altro che ideale, sarebbe comunque altra cosa rispetto all’eventualità di una depenalizzazione del reato stesso”. E in ogni caso andrebbe rivista anche la legge sulle Dat, le disposizioni anticipate di trattamento. Oltre che, ovviamente, rafforzare la messa a disposizione delle cure palliative.

La regolamentazione del suicidio assistito e le sue conseguenze: “Una voragine sociale”

Se invece, dice Bassetti, si andasse nella linea della depenalizzazione, “il Parlamento si vedrebbe praticamente costretto a regolamentare il suicidio assistito” e “avremmo allora una prevedibile moltiplicazione di casi simili a quello di Noa, la ragazza olandese che ha trovato nel medico un aiuto a morire, anziché un sostegno per risollevarsi dalla sua esistenza tormentata. Casi come questi sono purtroppo frequenti nei Paesi dove è legittima la pratica del suicidio assistito”. L’approvazione del suicidio assistito nel nostro Paese, insomma, “aprirebbe un’autentica voragine dal punto di vista legislativo” con “enormi conseguenze sul piano sociale”.

Si andrebbe cioè su un “piano inclinato” e “diverrebbe sempre più normale il togliersi la vita, e ciò potrebbe avvenire di fatto per qualunque ragione e, per di più, con l’avvallo e il supporto delle strutture sanitarie dello Stato”. L’eventualità di togliersi la vita rappresenterebbe dunque “in apparenza una via di fuga che assicura libertà, ma in realtà verrebbe a determinare una terribile incertezza: se sia più conveniente rinunciare all’esistenza o proseguirla”. Il semplice credere di potersi togliere la vita “è in grado di svuotare di senso tutta l’esistenza personale: tale scenario sarebbe devastante, per esempio, nei passaggi difficili dell’adolescenza, e la frase detta per assurdo dai ragazzi: «Preferirei morire!», diventerebbe drammaticamente più concreta”.

Per il presidente della Cei “l’introduzione dell’eutanasia aprirebbe anche ad altri scenari: indurrebbe a selezionare, mediante la formulazione di appositi parametri sanciti dallo Stato, chi debba essere ancora curato e chi non ne abbia il diritto”. Così, la vita umana sarebbe “sempre più simile a un oggetto e sempre più soggetta alla regola del consumismo”, e inoltre “verrebbe trasformato pure il senso della professione medica”.

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