11 novembre 2014 ore: 11:43
Salute

Alcol e giovani, niente più "dogmi": sì a riduzione del danno e assunzione moderata

L’associazione L’Arcobaleno ha pubblicato un articolo sulla rivista del Clad di Verona che descrive un progetto per i giovani della comunità di recupero. Gli autori: "No a vincoli tali da distanziare il ragazzo dalla realtà della società"
La copertina della rivista del Clad
Alcol Rivista clad

CAPODARCO – L’associazione L’Arcobaleno ha pubblicato un articolo – firmato da Michele Rocelli, Teresa Antonelli e Riccardo Sollini – sulla rivista del Clad onlus di Medicina delle dipendenze del  policlinico “G.B. Rossi”-Azienda ospedaliera universitaria integrata Verona. L’approfondimento verte sul tema “Bere controllato. Cambio di paradigma nella modalità e nei significati dell’assunzione di alcool”. Il titolo della rivista in cui è inserito l’articolo è “Alcol: Capire e orientare i consumi, diagnosticare e curare abuso e dipendenza”.

Il progetto parte da un’analisi del comportamento dei ragazzi che durante il percorso terapeutico in comunità iniziavano a sperimentarsi all’esterno della struttura con l’’inevitabile’ incontro con l’alcool sia in contesti di divertimento che in contesti lavorativi – scrivono gli autori –. La premessa da fare è che la Comunità L’arcobaleno accreditata e convenzionata con il sistema Sanitario Nazionale, accoglie ragazzi dai 18 ai 30 anni con una media età che si aggira sui 24 anni. Inoltre la Comunità predilige un reinserimento lungo, ossia un lavoro sulle dinamiche relazionali e la sperimentazione dei ragazzi nella società esterna in tempi brevi. Questo perché dopo un primo periodo di permanenza in struttura, crediamo sia fondamentale lavorare su consapevolezze e stimoli che il quotidiano permette di mettere in evidenza”.

La prima pagina dell’articolo
Alcol: prima pagina dell’articolo di Riccardo Sollini

“Il nostro approccio – proseguono – può essere identificato come riduzione del danno. L’obiettivo della riduzione del danno è quello di ridurre le conseguenze negative dell’uso di sostanze,  sia per le persone che usano, che per la società, incoraggiando ogni cambiamento di comportamento per ridurre il danno o il rischio stesso. Partendo da questo presupposto abbiamo elaborato questo progetto che mette al centro la riduzione del consumo di alcool e/o il controllo come obiettivo terapeuticoNon si invita i ragazzi ad abusare di alcool o “obbligarli” ad utilizzare, ma bensì inserire la possibilità di utilizzo tra le competenze che possono essere sviluppate, cambiando il paradigma di avvicinamento all’alcol (in particolare al vino) sia da un punto di vista socio-culturale che nella gestione della propria vita”.  

Questo progetto sull’uso dell’alcol “non è – a nostro avviso – dislocato e a sé stante rispetto al percorso intrapreso dai ragazzi presenti nella nostra struttura. Si inserisce in un continuum nel quale, fin dal primo giorno, vengono generate le basi per poter lavorare su aspetti differenti (uno appunto quello dell’uso dell’alcol) e fornire al ragazzo strumenti utili per poter affrontare il quotidiano – precisano ancora –. Vogliamo quindi che il nostro operato sia in continuo scambio con gli eventi e la realtà esterna così che il nostro occhio sia attento a modulare esigenze della persona accolta e realtà del contesto sociale nel quale è inserito. L’idea di proporre percorsi terapeutici che si concludano con vincoli tali da distanziare il ragazzo dalla realtà della società, non crediamo possano rappresentare un indicatore di successo. Un ragazzo deve poter, insieme alle dimissioni, ritrovarsi in mano tutto ciò che può essergli utile nella gestione della propria vita e delle proprie scelte. Non pensiamo ci debbano essere dazi da dover pagare per il fatto di aver utilizzato sostanze, né tantomeno ci debbano essere “protesi relazionali” con le quali dover convivere per aver deciso di smettere d’utilizzare sostanze. In particolare con ragazzi di giovane età. Per questo pensiamo che vada accresciuto il senso di autoefficacia rispetto agli ambienti e la consapevolezza della propria storia personale”.

Ne consegue che “un ragazzo, al termine del percorso residenziale, deve poter vivere in toto quello che decide possa farlo star bene, senza subire dogmi o prescrizioni ma attingendo ai limiti e alle risorse in sé stesso. E in questo crediamo sia fondamentale partire dalla realtà relazionale di un ragazzo di non ancora trent’anni; realtà fatta anche di incontri in discoteca, di musica tecno, di feste della birra, happy hour, cene, degustazioni e quanto di più comune venga proposto come modalità d’incontro per persone “comuni”. Tutto questo va però creato nel tempo e gestito nel presente attraverso prassi utili e pragmaticità reali. Ecco perchéabbiamo pensato di incentrare buona parte del percorso dei ragazzi sulla sperimentazione esterna e, con una immagine, provare ad aprire i cancelli della comunità per far sì che siano gli stessi luoghi a interrogare i ragazzi e le interrogazioni a stimolare il lavoro terapeutico”.

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