12 dicembre 2013 ore: 15:32
Famiglia

Alzheimer, un film ricostruisce vite che la malattia ha cancellato

L’idea è dello sceneggiatore e scrittore Eugenio Melloni, trovatosi di fronte alla demenza del padre. Per ovviare a una comunicazione impossibile, ha provato con il linguaggio audiovisivo. Nasce così ‘Memofilm: la creatività contro l’Alzheimer’. Finora ne sono stati prodotti 17
Alzheimer, anziano con persona che lo accudisce

BOLOGNA – Ci sono volte in cui, quando arte e scienza oltrepassano i loro limiti, nascono sperimentazioni inaspettate. È il caso del memofilm, un cortometraggio personalizzato di 20 minuti creato come terapia non farmacologica contro l’Alzheimer e le altre forme di demenza che ‘rubano la memoria’. L’idea è di Eugenio Melloni, sceneggiatore e scrittore, chiamato a fare i conti con la malattia del padre che, ogni giorno, perdeva ogni riferimento spaziale e temporale, dimenticava il passato, inclusa la scomparsa della moglie. “Una comunicazione normale era diventata impossibile, ma non lo si poteva tenere all’oscuro della quasi totalità della sua vita”: Melloni, insieme con il fratello, pensarono allora di puntare su un altro linguaggio, quello audiovisivo: il memofilm nasce così. Dal 2007 a oggi ne sono stati realizzati 17 (2 sperimentali). L’iter del progetto sarà raccontato sabato 14 dicembre dalle 9.30 al Cinema Lumière, che per primo mise a disposizione i propri registi per collaborare nella creazione di questi piccoli ma fondamentali tasselli di memoria, durante il convegno: ‘Il memofilm: la creatività contro l’Alzheimer’. La sua realizzazione scientifica è stata possibile grazie alla collaborazione tra Asp Giovanni XXIII e Cineteca.

Oggi sono più di 35 milioni i malati di Alzheimer nel mondo, un numero destinato ad aumentare velocemente. Contro una malattia degenerativa, la cura non coincide con la prospettiva di guarigione, ma con un percorso verso il maggiore benessere possibile: un’assistenza riabilitante. Il memofilm si inserisce in questa dinamica: è chiamato a interpretare la vita del malato che l’ha dimenticata, calibrato sui disturbi e sulle ossessioni specifiche. “Non è un collage dei filmini di famiglia e delle foto d’epoca. O almeno, non solo: è qualcosa di più complesso, giocato sulle associazioni d’immagini e sulle metafore”, spiega Melloni. Ci sono musiche, spezzoni di film, volti amici, ricordi belli e brutti, colori, luoghi: un racconto per immagini per parlare al malato, aiutarlo a trovare risposte esistenziali, a puntellare l’identità, a sollecitare l’autostima, a riscrivere emotivamente quelle coordinate che la demenza sembra avere cancellato per sempre. Un video sempre disponibile e ripetibile, da vedere ogni giorno anche più volte per ritrovare una nuova forma di benessere, costruita sulle risorse conoscitive residue. Ha come soggetto chi ne sarà poi l’unico spettatore: in pratica, è un film realizzato apposta per lui. “Il risultato su mio padre fu positivo – e lo è tuttora, perché mio padre è vivo e in buona salute: ha guadagnato una nuova forma di stabilità, pronta a supplire alle sue sempre più grandi fragilità. Per questo, ne ho parlato prima con uno psicologo e poi con un team di specialisti”, ricorda Melloni.

Il progetto è nato anche un libro: ‘Memofilm: la creatività contro l’Alzheimer’, presentato sempre sabato al Lumière. La curatrice, Luisa Grosso, mette l’accento sulla necessità di divulgare i risultati del progetto e di ampliarne le potenzialità anche in altri ambiti: “Questo genere di videostimolazione personalizzata serve ad alleviare le sofferenze delle persone e di chi di loro si prende cura”. Nel libro, oltre al racconto di alcuni dei casi, alla divulgazione delle tecniche adottate e ai risultati della ricerca, anche un vademecum per realizzare un memofilm in autonomia: modalità, mezzi, procedure, tempi, costi. (ambra notari)

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