18 settembre 2021 ore: 10:00
Società

Anziani, “i loro desideri siano al centro della riorganizzazione delle rsa”

di Ambra Notari
Uomini e donne con ritmi, abitudini, valori personali ben radicati. Educatori e operatori chiamati a dar dignità a queste specificità impegnandosi nella creazione di un ambiente sereno e ‘personalizzato’. È la strada per il rilancio delle rsa emersa nel convegno “Desiderio, anima del progetto” organizzata dall’associazione Un sorriso in più
Assistenza, anziani, rsa: mano di giovane su quelle di una donna anziana

COMO – “Il primo dei miei desideri è non sentire più il peso di un lavoro ritenuto senza speranza”: Marco Trabucchi, presidente dell’associazione italiana di psicogeriatria, conclude così il suo intervento d’apertura al convegno “Desiderio, anima del progetto” organizzato dall’associazione Un sorriso in più impegnata da 15 anni nel sostegno ad anziani e bambini in condizioni di disagio sociale, oltre che promotore del progetto Nipoti di Babbo Natale, che realizza, grazie a una fitta rete di donatori, i desideri degli ospiti delle rsa italiane. L’appuntamento, rivolto agli operatori che di occupano del progetto educativo all’interno delle residente per le persone anziane, mette al centro “il tema del desiderio, la scintilla vitale che anima le nostre relazioni per gettare ponti verso il futuro”, spiega l’associazione.

Al centro della riflessione proposta, il progetto educativo nelle rsa e l’approccio operativo che metta al centro la persona e i suoi desideri, i suoi ambienti di vita, la cura della relazione e della comunicazione. Da dove partire, allora? Trabucchi lo fa dai suoi desideri: “Desidero ritrovare il massimo della mia dignità come professionista se evito che l’ospite perda la sua, di dignità. Desidero vedere un sorriso nel volto dell’altro, come compenso per gli sforzi e l’impegno che richiede il mio lavoro. Desidero vedere i risultati, per sapere se la direzione intrapresa è corretta. Desidero vivere in un’atmosfera di giustizia, in un ambiente nel quale l’ospite riceve trattamenti adeguati e si sente sereno. Desidero far bene il mio mestiere perché questo comporta un vantaggio per le persone che mi si affidano. Desidero coltivare sempre la mia voglia di innovare, cambiare, migliorare”.

Su cosa fondare questa spinta – che non può mancare, soprattutto in un periodo come questo – all’innovazione? “Una rivoluzione era in atto già prima dell’arrivo del Covid – spiega Marco Fumagalli, educatore professionale – e coinvolgeva tutte le persone, tutti i professionisti che si occupano del tempo di vita degli ospiti delle strutture”. Il suggerimento da cui partire è quello di riorganizzare il tempo in base al ritmo di ogni singolo ospite: “Il ritmo è legato a molti elementi, alla propria riserva cognitiva. Chi arriva da noi ha un corpo, desideri, tratti di personalità talvolta smussati dalla demenza ma comunque presenti e rilevanti. Sono persone – come tutti – in evoluzione, con ritmi che si modellano in base al periodo di vita. Hanno le proprie abitudini, un preciso rapporto con l’ambiente, volontà su cosa preferiscono fare. A certi nostri ospiti si somma anche un ritmo diacronico – vale a dire che vivono e rivivono situazioni che non sono quelle attuali –, un fattore dirimente dal quale non possiamo prescindere. Dunque l’organizzazione della struttura non può essere solo una somma di interventi, ma osservazione dall’altro dei ritmi personali”. Fumagalli sottolinea anche il nuovo ruolo che, “finalmente”, viene riconosciuto all’interazione tra comportamento e ambiente. “Il rinnovato interesse per l’ambiente è dovuto a un migliorato gusto estetico individuale e all’aumento dei tempi intermedi”, vale a dire i tempi che intercorrono tra una qualsiasi attività programmata e un’altra”. Un ulteriore spunto per innovare le rsa è dare un senso agli eventi significativi della vita, “che non per forza sono i compleanni. Magari è un anniversario, una ricorrenza. Invito ad abbandonare le imposizioni, a preferire piccoli eventi di straordinaria quotidianità a pochi grandi eventi”. Infine, la relazione con i familiari: “Nelle strutture dove lavoro consegniamo ai familiari una mappa per invitarli a scoprire cosa propone la struttura. Gli spazi condivisi, quelli dedicati. In questo ambito si inserisce anche tutto il discorso legato alle nuove tecnologie: le videochiamate e i progetti in streaming che ci hanno fatto compagnia durante i lockdown non devono essere demonizzate, ma valorizzate”. Creare un network di cura tra tutti i professionisti impegnati nella cura; promuovere interventi psico-socio-ambientali; essere innovatori, magari avvicinandosi anche ad altre professionalità. “Nelle fragilità ci sono sempre piccole porzioni di desiderio che possono realizzarsi se il contesto mette le persone nelle condizioni di poterle esprimere”.

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