12 novembre 2014 ore: 14:21
Economia

Armi, l'export italiano raggiunge quasi 3 miliardi di euro

Rapporto Opal. Il controllo delle Commmissioni parlamentari manca da oltre 5 anni e intanto le aziende italiane vendono ai regimi e a Paesi in cui c'è l'embargo per le armi. Gli Stati Uniti sono ancora il principale porto d'approdo delle armi comuni italiane, nonostante 109 leggi
Armi militari

MILANO – Da cinque anni, l'ultima volta era il 2008, le Commissioni parlamentari non prendono in esame la relazione sulla vendita di armi italiane nel mondo. Nonostante il business sia in continuo aumento: oggi l'export raggiunge quasi i 3 miliardi di euro (la metà dalla sola provincia di Brescia). Alla regina dell'export di armi made in Italy, la Beretta, holding che commercia dal 1995, l'Italia ha approvato esportazioni per 31.891.496,98 euro e l'Agenzia delle dogane ne ha segnate per 12.360.695 euro. Eppure le informazioni di cui si dispone attraverso la relazione del Governo sono sempre meno. Non si sa esattamente chi compra, né quali armi: tutte informazioni che una volta si trovavano senza difficoltà nella relazione del Governo. Lo denuncia ancora una volta l'Osservatorio permanente sulle armi leggere (Opal) di Brescia, che qui presenta il dossier "Commerci di armi, proposte di pace" pubblicato dall’Editrice GAM. Se il Governo tace, i dati Onu del database Comtrade no: l'Italia è stato il primo esportatore di armi comuni. Il suo export è pari al 19% di quello mondiale (seguono la Germania, al 14,3% e gli Stati Uniti al 12,8%). Si vendono soprattutto carabine e fucili (il 68,7% delle armi) e rivoltelle e pistole (14%). In teoria queste armi dovrebbero avere scopo sportivi o da caccia, ma come esserne certi, si domanda Opal, se nella relazione del Governo non si fa menzione di chi le acquista?

Il mercato più proficuo, in continua ascesa, è quello nordamericano: vale nel 2013 138 milioni di euro. Nei Paesi dell'Unione europea, invece, il mercato delle armi da qualche tempo subisce rallentamenti: ora il volume d'affari si aggira, costante, intorno agli 80 milioni di euro. Usa e Germania, sommati insieme, rappresentano il 19,5% dell'export delle armi made in Italy. Non a caso, negli Stati Uniti su 109 nuove leggi sulle armi votate a seguito della strage del Connecticut dell'ottobre 2012 solo un terzo ha effettivamente ridotto la circolazione di armi e fucili. Opal riporta come ancora una volta a uscire vincitrice dalla battaglia parlamentare americana sia la lobby della armi National rifle association (NRA). Le armi che dalla provincia di Brescia viaggiano verso i Paesi dell'America centro-meridionale raddoppiano tra il primo e il secondo quinquennio degli anni 2000, passando da poco più di 58 milioni ad oltre 117 a seguito delle richieste di armi da parte di polizie nazionali. Un esempio? Quella messicana: secondo fonti della stampa locale, la Polizia estatal preventiva (Pep) ha comprato fucili d'assalto ARX-160 griffati Beretta.

"Le useremo per combattere la criminalità organizzata", assicurano gli alti ufficiali delle forze dell'ordine, ma Amnesty International e Human rights watch hanno ripetutamente denunciato le violazioni dei diritti umani delle forze dell'ordine locali. Beretta ha venduto 11mila pistole anche alle forze speciali di Gheddafi, in Libia, nel 2009, altri 2.450 fucili automatici alle forze armate egiziani, commesse a cui nel 2012 ne è seguita un'altra da 1.119 fucili. La Beretta non disdegna nemmeno i regimi dell'Europa: la Bielorussia di Lukashenko ha ricevuto un milione di euro di armi e il Turkmensitan ha ricevuto 2 milioni di proiettili. I dati raccolti da Opal dimostrano che Beretta ha inviato al Libano armi comuni per oltre 2 milioni di euro, nonostante un vigente embargo per le armi. (lb) 

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