11 giugno 2020 ore: 12:35
Welfare

Assistenti sociali. Senza Dpi e piani d’emergenza: “Ora non si facciano altri errori”

È quanto è emerso da un questionario sull’emergenza condotto tra i professionisti dal Consiglio dell’Ordine degli Assistenti sociali. Il presidente Gazzi: “Non possiamo permetterci di ritrovarci a mani nude contro i disastri”
Mascherine - Pezzo eleonora 2
ROMA - Senza dispositivi di protezione individuale sufficienti e nessuna indicazione di priorità per affrontare l’emergenza. Gli assistenti sociali alzano la voce e chiedono al governo di evitare altri errori. Dal questionario sul lavoro e sulla situazione degli assistenti sociali distribuito dal Consiglio dell’Ordine degli Assistenti sociali durante la fase più acuta della pandemia, infatti, emerge una situazione complessa. Secondo l’Ordine, infatti, la maggior parte degli assistenti sociali con contratti di lavoro precari lavorano in servizi dedicati alle misure di contrasto alla povertà. “Dalle risposte di 16 mila dei 44 mila assistenti sociali iscritti all’Ordine emergono indicazioni importanti per il futuro - spiega Gianmario Gazzi, presidente del Consiglio dell’Ordine degli Assistenti sociali -. Indicazioni che chi ha il compito di fare le leggi e governare il Paese non può non tenere conto”. 
 
Secondo quanto si apprende dai dati raccolti, soltanto il 34,6% degli assistenti sociali impegnati nel contrasto alla povertà ha un lavoro stabile, mentre il 33% ha un contratto che dura meno di un anno. “Se soltanto il 12,2% dichiara che la struttura per cui lavora sa affrontare le emergenze e dispone di piani ad hoc - chiede Gazzi -, come possiamo aiutare i più fragili che diventano fragilissimi? Non si commettano altri errori con i decreti in approvazione: non si aumenti la precarietà degli assistenti sociali, si predispongano servizi che non chiudano mai: disabilità, malattia mentale, povertà assoluta, solitudine totale, sono emergenze quotidiane”.
 
Gli assistenti sociali non hanno mai smesso di esserci, spiega la nota dell’Ordine, sulla base delle risposte ricevute. “Il 22% ha lavorato esclusivamente dal proprio domicilio - spiega a nota -; il 41,5% ha alternato il lavoro da remoto e il lavoro nella sede del servizio; il 28,4 è andato regolarmente in ufficio”. I dati raccolti, inoltre, raccontano anche della scarsità di Dpi. “Soltanto la metà di quelli che hanno lavorato anche a contatto diretto con le persone, nel comparto Sanità, avevano dispositivi di protezione individuale sufficienti, mentre nel 49,6% dei casi  i Dpi non erano adeguati o non erano disponibili”.
 
La gestione dell’emergenza, tuttavia, è l’aspetto più critico che emerge dalle risposte raccolte. “Quasi il 49% dei professionisti non ha avuto indicazioni utili ad orientare interventi e priorità - spiega la nota dell’Ordine -. Soltanto i territori già colpiti in passato da crisi collettive sono riusciti a rispondere in modo più tempestivo e coordinato. Solo il 12,2% dei rispondenti ha dichiarato che nell’organizzazione in cui lavora sono presenti assistenti sociali specializzati nel lavoro in situazioni di emergenza”. Per Gazzi, le misure adottate per far fronte alla pandemia hanno comportato “sfide che non conoscono precedenti nella storia del Paese – conclude -.  Per la prima volta, le scelte per il contenimento del contagio hanno implicato la necessità di mantenere il distanziamento fisico dalle persone, sfidando dunque le modalità ordinarie e l’utilizzo di alcuni degli strumenti cardine del servizio sociale. Non dobbiamo, non possiamo permetterci di ritrovarci a mani nude contro i disastri. E purtroppo il Covid-19 ha soltanto aggravato una situazione già difficilissima”. 
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