Assistenza domiciliare, attenzione alla ''schiavitù affettiva''
ROMA – “Liberare la possibilità di scelta, sia per i disabili sia per i malati”: è questo, in sintesi, il monito di Germano Tosi, membro dell’associazione Consequor e di Enil, il newtwork europeo per la vita indipendente. Rsa e assistenza domiciliare devono quindi essere due alternative disponibili per tutti, tra le quali sia effettivamente possibile scegliere. Il progetto “Restare a casa”, presentato dal Comitato 16 novembre al governo, così come il “modello Sardegna” a cui si ispira, è “un’ipotesi fattibile e auspicabile, anche se da studiare con attenzione”, osserva. Il rischio, secondo Tosi, è che “la domiciliarità penalizzi i familiari, già costretti in molti casi a una schiavitù affettiva che li obbliga ad accudire i propri cari. Si tratta di un fenomeno molto diffuso in Italia – riferisce Tosi – seppur sommerso. E’ necessario quindi che chi sceglie di restare a casa possa contare su un’assistenza integrata”.
Malattia e disabilità, però, sono due condizioni diverse, che come tali devono essere trattate. “chi ha una malattia grave, come la Sla, ha purtroppo davanti a sé la degenerazione e poi la morte. E ha dei bisogni assistenziali alti. Chi invece, magari giovane, ha una grave disabilità a seguito di un incidente, per esempio, ha davanti un percorso di vita lungo. In entrambi i casi, comunque, si può pensare a un modello assistenziale a domicilio. In particolare, noi parliamo di assistenza personale in forma indiretta. Io stesso, che ho una grave disabilità e non sono autosufficiente, riesco a vivere autonomamente a casa grazie a un progetto personale che gode di un contributo della regione Piemonte. Con i soldi che ricevo, ho potuto assumere con regolare contratto i miei due assistenti: è quindi un investimento che alla fine rientra alla collettività, perché da un lato crea due posti di lavoro, dall’altro permette a me di svolgere attività sociale”.
Indubbiamente, più la malattia è grave, più aumenta il bisogno assistenziale e quindi il costo dell’assistenza: “sicuramente assistere a casa un malato di Sla comporta costi più alti rispetto a quelli di una persona disabile – riferisce Tosi – tuttavia la domiciliarità è possibile anche in questi casi, come già avviene con successo in Sardegna: un modello che credo si debba sperimentare anche in Italia”.
Intanto, l’assistenza domiciliare in Italia fatica ad affermarsi, nonostante il risparmio di spesa che comporta: “Quasi sempre, alle famiglie che non riescono a sostenere il carico assistenziale di un proprio caro gravemente disabile o malato, si pone come unica possibilità il ricovero. Nel Nord Europa, invece, la domiciliarità è un modello certamente più diffuso – riferisce Tosi – anche se, con la crisi, anche i paesi nordici hanno subito un contraccolpo, ma riescono comunque a mantenere standard ormai fortificati nel tempo. Pure qui in Italia, comunque, ci sono casi concreti di persone che abbiamo ‘liberalizzato’ dagli istituti, con notevole miglioramento della loro qualità di vita. Ma anche con significativo risparmio per le casse pubbliche”. E’ il caso di Claudio, per esempio, un giovane quarantenne di Novara, divenuto disabile a causa di un incidente: “Viveva in una residenza per disabili – riferisce Tosi – e costava circa 7 mila euro al mese: 1.300 di questi li metteva lui… Ora, grazie a un progetto portato avanti dall’Enil, insieme alla Asl e ai servizi sociali, vive a casa sua, adeguatamente assistito, con 2.300 euro. Per la regione, un risparmio di circa il 50%: proprio come riferisce e prevede il Comitato nel suo progetto”. (cl)