4 agosto 2020 ore: 10:00
Disabilità

Associazioni “sfrattate” dalle scuole? Si può (e si deve) evitare. Ecco come

di Chiara Ludovisi
Tante e diverse sono le realtà del terzo settore ospitate all'interno di spazi scolastici, che oggi rischiano lo sfratto per la necessità di destinare questi alla didattica. Cantisani (Movi): “La discriminante è l'interesse generale: nelle scuole le associazioni non devono lavorare per sé, ma per integrazione all'interno di una comunità educante”
bambino e pennarelli colorati, scuola

ROMA - A scuola non si fa solo scuola: tante sono le scuole che il pomeriggio danno spazio ad attività di vario genere, dallo sport al doposcuola, quasi sempre gestite da associazioni di volontariato o enti del non profit. Che ne sarà di queste realtà, ora che i dirigenti scolastici sono chiamati a reperire nuovi spazi per le attività didattiche, al fine di garantire quel distanziamento fisico importo dalle nuove norme? E' possibile, o perfino inevitabile, che le associazioni siano “sfrattate” dagli spazi scolastici, dove in alcuni casi da anni hanno il loro quartier generale? Possibile sì, scontato no, secondo Gianluca Cantisani, presidente del Movi (Movimento di volontariato italiano), che di volontariato all'interno delle scuole ha un'esperienza pluriennale, specialmente con il progetto Scuole Aperte.

“Ma dobbiamo stare attenti a distinguere bene situazioni molto diverse – premette .- Tante e differenziate sono infatti le realtà del volontariato e del terzo settore che operano negli spazi scolastici: ci sono le associazioni sportive, il doposcuola, le attività d'inclusione e integrazione.... In generale, possiamo dire che il problema ora è sopratutto l'incertezza, che impedisce di fare una programmazione. In questo momento i dirigenti non sanno ancora dire esattamente quale sarà la situazione a settembre e se sarà necessario riprendere gli spazi utilizzati dalle associazioni. Un problema che riguarda principalmente quelle situazioni in cui questi spazi sono a pagamento o in convenzione per attività specifiche. Penso alle associazioni sportive, innanzitutto. Diversa è la situazioni di quelle associazioni che sono integrate con l'attività scolastica e nella comunità educante: qui, laddove esista un rapporto di collaborazione con la scuola stessa, penso che un accordo si troverà”.

Il problema riguarda, più in generale, il “modello dei beni comuni – spiega Cantisani – Come Movi, riteniamo che non debba esserci un uso privato dei beni comuni da parte del terzo settore: è quello che accade, quando gli spazi servono per lo sviluppo dell'associazione che li occupa. Penso che questo modello in questo momento non è praticabile”.

Molto diversa è la situazione in cui gli spazi comuni sono utilizzati dalle associazioni per “un interesse generale – sottolinea Cantisani -. A Roma ci sono almeno 30 associazioni di genitori che esprimono e praticano esemplarmente questo modello, che trova il suo fulcro nella scuola intesa non come ente separato dal territorio, ma come comunità educante integrata. Queste associazioni svolgono un'attività spesso indispensabile per l'attività didattica: penso al dopo scuola, ma anche alle attività sportive che, per esempio, si svolgono alla scuola Manin/Di Donato di Roma con lo scopo di creare integrazione. Laddove esiste questa collaborazione tra associazione e scuole e questa integrazione tra scuola e territorio, ritengo sia possibile trovare un accordo anche in questo difficile contesto. Semmai i problemi potrebbero essere due: primo, un preside spaventato dalla responsabilità, che in questa situazione reagisca chiudendo la scuola; secondo, la questione della sanificazione degli spazi condivisi, le cui regole sono interpretate ancora in modi molti diversi”.

Insomma, avere “scuole aperte” è ancora possibile e il rapporto tra volontariato e scuola può continuare, anche con il Covid, purché ci siano dialogo, integrazione e “interesse generale”. “La scuola non si salva senza il territorio – conclude Cantisani – perché la comunità educante è una sola: se un dirigente non supporta il doposcuola, avvia all'abbandono della scuola tanti ragazzi. Una scuola chiusa non lavora per l'interesse del paese ma per se stessa ed è destinata a non contare, a non essere finanziata, a scomparire. A sua volta, il terzo settore non può pensare di usare la scuola per i propri progetti, tanto meno in questo momento”. Per creare la necessaria collaborazione tra terzo settore e scuola, “preziosa è la mediazione dei cittadini, in particolare dei genitori, che hanno cultura e competenze e possono offrire il proprio contributo per lo sviluppo di una comunità educante”.

E' un tema che “al Movi sta particolarmente a cuore e al quale stiamo lavorando tanto – conclude Cantisani – pienamente consapevoli di quanto questa integrazione tra associazionismo e scuola sia efficace e prezioso anche nel creare integrazione, favorendo l'inclusione tanto degli alunni stranieri quanto di quelli con disabilità. Pensiamo al preside di Andria, che durante questo periodo ha permesso ai ragazzi con disabilità di entrare a scuola: questo è l'esempio di ciò che la scuola dovrebbe e dovrà essere. Con l'aiuto e il supporto dell'associazionismo e del terzo settore. E' questo l'interesse generale in nome del quale le scuole devono, nonostante tutto, restare aperte al territorio”.

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