28 novembre 2014 ore: 11:39
Società

Assunta come cassiera dopo il tumore e il rischio depressione. "Mai abbattersi"

La storia di Stefania Depaoli, che ha trovato un'occupazione grazie al progetto Diversitalavoro dell’Unar. " Con la malattia, sono rimasta fuori per dieci anni". Ma, sostiene: "Bisogna cercare di rivolgere in belle le cose brutte che capitano nella vita"
Lavoro: cassiera

Roma – Stefania Depaoli era una potenziale esclusa. Una di quelle persone che la vita mette a dura prova, con la malattia e il rischio serio della depressione. Romana, 49 anni, sposata con due figli (un ragazzo di 18 e una ragazza di 13), a lungo disoccupata e con una malattia che l’ha fatta entrare nel mondo eterogeneo della disabilità. La incon triamo mentre sta per partecipare al convegno “Storie di opportunità. Oltre le barriere” nell’ambito del Career Forum delle pari opportunità presso la sede di Porta Futuro a Roma (Via Galvani 108), per dare la sua testimonianza insieme a Veronica Fischetti sul progetto Diversitalavoro dell’Unar, che le ha dato la possibilità di entrare a testa alta nel mondo del lavoro.  

Signora Depaoli, quale è il suo messaggio?
Il mio messaggio è che grazie all’Unar e a Diversitalavoro, oggi ho un’occupazione. E che non bisogna mai abbattersi, quando si ha una malattia o una disabilità. Io sono invalida al 76 per cento, per due operazioni al seno: il tumore si è ripresentato dopo dieci anni e hanno dovuto togliere tutto. Sono molto autonoma: guido, vedo bene. Ho solo qualche difficoltà nei movimenti, ma ce la faccio.

Com’è la sua esperienza con Diversitalavoro?
Due anni fa, al Career Forum di Tor Vergata. Ho partecipato alle selezioni, fatto colloqui con Apple e Leroy Merlin: cercavo un lavoro part time perché sono stata molti anni a casa per seguire la famiglia e fisicamente non mi sentivo di restare fuori tutta la giornata. Avevo saputo di questa opportunità su internet, sono andata e sono stata molto bene accolta e indirizzata. Dopo una settimana mi hanno chiamata e, dopo i colloqui, ho avuto un contratto a tempo determinato per un anno. Ho cominciato a lavorare per 25 ore alla settimana. All’inizio è stata un po’ dura: erano molti anni che non lavoravo, volevo entrare nel mondo del lavoro piano piano, e ce l’ho fatta. Quando è scaduto il contratto me l’hanno rinnovato a tempo indeterminato. Sono assistente di cassa, che non è come quella del supermercato ma un po’ più laboriosa: c’è anche un aspetto di tipo commerciale e contabile che impegna diversamente.

Prima di questo, perché non aveva un lavoro?
Dopo il liceo classico, avevo iniziato a lavorare nell’impresa artigianale di famiglia, che poi ha dovuto chiudere per la crisi. Per cinque anni ho collaborato con uno studio grafico ma ho scelto poi di seguire la famiglia e l’ho lasciato. Con la malattia, sono rimasta fuori dal mondo del lavoro per dieci anni. Rischiavo di cadere nella depressione.

E con il progetto dell’Unar ha trasformato in qualche modo la sua disabilità in un’opportunità?
Sì. Bisogna cercare di rivolgere in belle le cose brutte che capitano nella vita, cercare di non abbattersi e di trovare una via d’uscita alla depressione che, immancabilmente, viene dopo che una malattia è stata sconfitta. Io l’ho affrontata e la ricerca del lavoro per me è stato un modo per combatterla e per non lasciarmi abbattere. Non bisogna lasciarsi sopraffare dalla malattia: l’aspetto psicologico è quello più importante, anche quando ci sono limitazioni fisiche. Un lavoro come il mio fatto da una persona che non può muovere le braccia o non può stare in piedi è molto difficile, ad esempio. Ma ci sono tanti disabili che lavorano e sono persone molto positive. Il progetto dell’Unar è una cosa benemerita, c’è tanta forza lavoro che può essere utilizzata, tante persone che possono dare molto e che hanno solo bisogno di un’opportunità. (Ida Palisi)

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