5 febbraio 2013 ore: 16:40
Giustizia

Aumentano le nigeriane sfruttate per strada, poche le richieste di aiuto

Quasi 400 donne e ragazze incontrate dalle unità di strada dell’associazione Amici di Lazzaro nel 2012 a Torino. Cresce l’età media (tra i 25-26 anni), ma aumentano gli anni di sfruttamento a causa della crisi. “Ben 310 risultano sotto ricatto"
Elena Perlino Tratta nigeriane - foto 12
TORINO – Cresce il numero delle nigeriane che finiscono per strada nel giro della prostituzione in provincia di Torino, poche invece le ragazze che chiedono aiuto. È quanto riporta il Rapporto sulla tratta nigeriana in Torino e provincia (2013) realizzato dalle unità di strada dell’associazione Amici di Lazzaro. Le unità mobili dell’associazione, tra gennaio e dicembre dello scorso anno, hanno incontrato 398 ragazze e donne nigeriane nella città di Torino e in altri 14 centri abitati della provincia tracciando un quadro allarmante: otto donne su dieci vengono sfruttate e sono sotto ricatto di “Maman” (sfruttatrici) o di “Bros” (sfruttatori). “Ben 310 risultano sfruttate e sotto ricatto – spiega il rapporto -. Un numero sorprendentemente in crescita, dovuto probabilmente alle tante ragazze arrivate nel 2011 passando per la Libia che ottenuti il permesso di soggiorno umanitario hanno lasciato i centri di accoglienza per ricongiungersi agli sfruttatori che da tempo le attendevano”.

Stabile, invece, il numero delle donne nigeriane che tornano in strada dopo anni di vita normale per disperazione: sono circa il 10 per cento delle donne incontrate. “Si tratta di donne senza strumenti culturali – spiega il rapporto -, in molti casi analfabete che non riescono a trovare un inserimento stabile nel mondo del lavoro, cui la crisi ha tolto ogni speranza di risalita, senza un supporto formativo mirato”. Molte donne, dopo aver pagato il debito agli sfruttatori non riescono a regolarizzare la propria posizione ed entrare nel mondo del lavoro. E in alcuni casi, “almeno una decina di donne”, c’è chi decide di “dichiarare fallito il loro progetto migratorio in Europa e fare ritorno in Africa”. Altre ragazze, invece, hanno deciso di lasciare l’Italia per andare in Germania, Inghilterra e nei paesi nordici.

Poche le ragazze che hanno chiesto un aiuto per abbandonare la strada. Nel 2012, l’associazione ha ricevuto soltanto 17 richieste. “Il numero delle ragazze in uscita dalla tratta è stato molto più basso di quello degli scorsi anni – spiega il rapporto -, il fatto che molte ragazze abbiano già il permesso di soggiorno o anche solo la ricevuta per ottenerlo è un grande disincentivo a mettere in pericolo se stessi e i propri famigliari”. Sempre di meno le nigeriane che escono dalla tratta denunciando gli sfruttatori. Molte, infatti, cercano di lasciare la strada senza denuncia, con il rischio che gli sfruttatori tornino a minacciarle. “La denuncia è un percorso impegnativo e dallo sbocco lavorativo incerto a causa della crisi – spiega l’associazione -. Il che lo rende poco attrattivo per chi vuol lasciare lo sfruttamento. Inoltre la sanatoria 2012 ha illuso per mesi le ragazze che speravano in una facile via di regolarizzazione, che solo in poche hanno fatto dato gli alti costi di regolarizzazione”.

L’età media delle ragazze incontrate è tra i 25-26 anni, in aumento rispetto alla rilevazione precedente, spiega l’associazione. Le  presunte minorenni in strada che abbiamo incontrato sono poche, forse meno di 10 su quasi 400 donne contattate in strada. Solo tre, invece i casi di donne in stato confusionale e disturbi psicologici, più dovuto  all’alcol che a veri problemi mentali.  A prolungare lo sfruttamento, anche la crisi che secondo le ragazze incontrate ha avuto un impatto sui guadagni, sceso del 50-80 per cento. “Il calo degli introiti allunga notevolmente il numero degli anni di sfruttamento – spiega il rapporto -. Da una media di 3 anni si arriva abbastanza facilmente a  4-5 anni di sfruttamento con punte di  7-8 anni nei casi più gravi. Questo allungamento si ripercuote sulla salute psicofisica delle vittime che nel tempo ne pagano le conseguenze a causa del freddo e delle pessime condizioni di vita che affrontano”.
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