22 novembre 2016 ore: 17:05
Immigrazione

Stop all’apolidia dei bambini: 50 organizzazioni Ue lanciano la petizione

L'appello, firmato da 50 organizzazioni della società civile è stato consegnato ai membri del Parlamento europeo dall'European Network on Statelessness (Ens), di cui fa parte anche il Consiglio Italiano per i Rifugiati (CIR). Nel nostro paese fermo da un anno il disegno di legge che interviene sul tema
Bambina in ombra cammina per strada, apolidi

ROMA - Una petizione, firmata da oltre 50 organizzazioni della società civile europea per chiedere di porre fine all’apolidia dei bambini. A consegnarla ai membri del Parlamento europeo è stata oggi l’European Network on Statelessness (Ens), di cui il Consiglio Italiano per i Rifugiati (CIR) fa parte.

La petizione è parte di una campagna sostenuta da un ampio gruppo di attori internazionali con l’obiettivo di fare pressione sui Paesi europei affinché riformino le legislazioni che impediscono ai bambini di acquisire una nazionalità. Si pone come obiettivo quello di risolvere quei gap nelle legislazioni e nelle prassi amministrativo-burocratiche che impediscono di identificare e garantire una nazionalità ai bambini nati in territorio europeo. Chiede che sia resa certa, subito dopo la nascita, l’acquisizione di una cittadinanza: ad oggi infatti, meno della metà degli Stati europei ha pienamente incorporato le necessarie salvaguardie per attuare l’obbligo internazionale di proteggere i diritti dei bambini ad avere una nazionalità.

Questa campagna prevede eventi a livello nazionale in Italia, Polonia, Slovenia, Francia, UK, Albania, Macedonia, Serbia e altri Paesi. A Roma - il 23 novembre – il Cir promuove una Tavola Rotonda tecnica per discutere dell’apolidia nell’attuale contesto italiano, alla quale parteciperanno i membri della Commissione diritti umani del Senato, l’Unhcr, il Ministero dell’Interno e altri esperti della materia. L’Italia deve ancora adottare il disegno di legge S.2148 sul Riconoscimento dello status di apolide presentato ormai un anno fa dalla Commissione dei Diritti Umani del Senato in collaborazione con l’Unhcr e il Cir. Questa proposta – in linea con quanto richiesto dalla petizione - disegna risposte accessibili e concrete ai problemi degli apolidi nel nostro Paese e, una volta divenuta legge dello Stato, costituirebbe un indispensabile strumento diretto a prevenire ed eliminare situazioni di apolidia che potrebbero coinvolgere intere comunità di persone e, in modo particolare, proprio i minori.

“Siamo convinti che l’approvazione del disegno di legge sul riconoscimento dello status di apolide sia un passo indispensabile e raggiungibile per eliminare la sofferenza di migliaia di persone in Italia, tra cui tantissimi bambini. È un impegno che il Parlamento dovrebbe prendersi per garantire dignità a persone che vivono, nel nostro Paese, senza il riconoscimento dei loro diritti più basilari.” dichiara Daniela Di Rado, responsabile del tema per il Cir. “E’ difficile immaginare che vita sia quella di un bambino che cresce senza una nazionalità: può significare restare esclusi dal sistema sanitario, dalla possibilità di andare a scuola e molte altre opportunità, senza contare l’impossibilità di esprimere il proprio potenziale e sviluppare un senso di non appartenenza. Questa condizione, oltre che causare numerose difficoltà pratiche, comporta un senso di angoscia per i bambini e i loro genitori” continua Fiorella Rathaus, direttrice del Cir.

Le ricerche condotte dall’Ens rilevano che spesso chi nasce da genitori senza una nazionalità eredita questo status. Anche i bambini in stato di abbandono o orfani, con genitori senza una nazionalità conosciuta, corrono questo rischio, esattamente come quelli che affrontano il processo internazionale di adozione  e che arrivano in Europa come rifugiati. “Il supporto ricevuto dalla campagna #StatelessKids in tutta Europa, che conta più di 22.000 firme, mostra il grande impegno per eliminare l’apolidia e la sofferenza che causa ai bambini e ai genitori. La buona notizia è che l’apolidia è un problema risolvibile lavorando insieme. La società civile e i governi possono mettere un punto una volta per tutte” – conclude Chris Nash, Direttore di Ens.

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