10 settembre 2015 ore: 17:14
Società

Istigazione all’odio, lettere a molti politici. Domani si decide sul direttore Unar

In un dossier all’attenzione del governo la lista degli altri parlamentari richiamati per “hate speech”. Boschi: “La lettera rivolta a Meloni non è né il primo né un caso isolato”. Arci: "Discutere di integrazione, non di prerogative parlamentari"
Polemica di Giorgia Meloni

ROMA – Non solo la deputata Meloni, ma anche Buonanno, Borghezio, Piras, Gentilini, Gramazio e altri ancora. Le raccomandazioni dell’Unar contro l’hate speech (discorso d'odio), che in questi giorni sono nell’occhio del ciclone per via del caso sollevato all'inizio di settembre dalla deputata Giorgia Meloni, dal 2009 hanno riguardato diversi altri esponenti politici, senza però essere mai stati denunciati nel mpodo clamoroso scelto dalla leader di Fratelli d'Italia.

I nomi sono contenuti in un dossier dell’Unar che verrà valutato domani. Sulla vicenda che ha coinvolto il direttore dell’Unar, Marco De Giorgi, è stata infatti aperta una procedura in seno al governo per chiarire la questione e “per verificare se ci siano o meno degli estremi per eventuali provvedimenti di carattere disciplinare”, come ha spiegato il ministro per le Riforme costituzionali e i rapporti con il Parlamento, Maria Elena Boschi.

Tutto è iniziato da un post sulla pagina Facebook di Giorgia Meloni ripreso dal sito web Stranieriinitalia.it il 29 giugno scorso. Nel testo, la deputata afferma: “Evitiamo di importare in Italia un problema che oggi abbiamo: basta immigrazione e soprattutto basta immigrazione da paesi musulmani. La (piccola) quota di immigrati che reputiamo necessaria prendiamola da quei popoli che hanno dimostrato di non essere violenti”. Ma non solo. Meloni scrive ancora: “Non mi risulta che ci siano casi di terrorismo collegato ai filippini, agli argentini, agli ucraini, ai peruviani. Bene, premiamo allora chi ha dimostrato di integrarsi con maggiore facilità. Per gli altri, porte chiuse finché non avranno risolto i problemi di integralismo e violenza interni alla loro cultura”.

La raccomandazione dell’Unar arriva a fine luglio. “Esaminando con attenzione il contenuto delle affermazioni attribuite a Lei, questo ufficio, pur nell’intangibilità del principio di libera manifestazione del pensiero, garantito dalla Costituzione italiana e condividendo la preoccupazione relativa alla gestione di un fenomeno così complesso come quello migratorio, ritiene che una comunicazione basata su generalizzazioni e stereotipi non favorisca un sollecito ed adeguato processo di integrazione e coesione sociale. Si coglie l’occasione per chiedere di volere considerare per il futuro, l’opportunità di trasmettere alla collettività messaggi di diverso tenore”. Firmato, cons. Marco De Giorgi.

La risposta di Meloni non si è fatta attendere: sul web ha rilanciato la sua protesta accusando l’Unar di “censura”, mostrandosi in foto con tanto di bavaglio. “Praticamente siamo alle prove generali di regime – accusa Meloni -: prima ci hanno tolto il diritto di voto, adesso ci vogliono togliere il diritto di parola. Ma gli unici che mi possono censurare sono gli italiani perché io sono un parlamentare eletto da alcune centinaia di migliaia di italiani per sostenere le sue idee. Renzi fattene una ragione: in Italia è pieno di gente che non la pensa come te ed è pieno di gente che non vuole sottostare ai diktat di questo governo fantoccio che nessuno ha eletto”. La vicenda è subito rimbalzata su tutti i quotidiani, foto con bavaglio compresa. Ma non solo. Secondo alcune indiscrezioni, pare sia arrivata anche sulla scrivania del presidente del Consiglio, Matteo Renzi che in prima battuta avrebbe dato ragione al deputato appellandosi all’insindacabilità dell’opinione di un parlamentare.

Tuttavia, nel corso del question time alla Camera tenutosi ieri, il ministro Boschi ha cercato di calmare le acque all’interno di Palazzo Chigi rilanciando: ““Il dirigente ha fatto fede a quanto voluto dal governo Berlusconi”. Per il ministro Boschi, infatti, “fin dall’istituzione dell’Unar, quindi fin dal decreto legislativo del 2003, è stata interpretata come rientrante nelle funzioni dell’Unar anche quella di rivolgere proposte e raccomandazioni anche nei confronti dei cittadini – ha spiegato Boschi -. Pertanto, la lettera rivolta all’onorevole Meloni non rappresenta né il primo caso né un caso isolato, non soltanto nei confronti di comuni cittadini, ma anche nei confronti di parlamentari”.

Una prassi consolidata a partire dal 2009, spiega il ministro, quando di certo non c’era il governo Renzi. “L’Unar ha sempre in questi anni inviato lettere di questo tenore laddove ravvisasse in qualche modo gli estremi per intervenire perché ci ricordiamo che la Costituzione sancisce comunque anche l’uguaglianza tra i cittadini, formale e sostanziale. In particolare, credo che l’onorevole Meloni ben conosca questa lettera e questo schema a cui si è attenuto l’Unar, proprio perché fu voluto dall’allora governo Berlusconi, di cui l’onorevole Meloni faceva parte come ministro, e il dirigente preposto responsabile che ha ideato quella lettera di schema tipo era allora la dottoressa Rauti (moglie dell'ex sindaco di Roma e compagno di partito della Meloni, Gianni Alemanno, ndr). Lo schema, che da allora non è mai cambiato, recitava proprio queste esatte parole, che sono le stesse riportate nella lettera dell’onorevole Meloni”.

La risposta della deputata Meloni, sempre su Facebook, è stata ancora pronta. “Non so davvero cosa si possa rispondere a un Governo che durante il question time alla Camera dei Deputati dichiara il falso. È inesatto quello che il ministro Boschi sostiene in riferimento alla lettera di censura che mi ha inviato la Presidenza del Consiglio dei Ministri attraverso l’Unar. È inesatto che vi sia un presunto schema tipo delle lettere dell’Unar”.

A sostegno di De Giorgi, si è intanto schierata l’Arci che oltre a difendere l'operato del direttore dell'Unar, chiede con forza l’indipendenza dell’Ufficio antidiscriminazione. “La vicenda dimostra una volta di più quanto sia importante garantire che l’Ufficio antidiscriminazione sia effettivamente un organismo indipendente – spiega una nota dell’Arci -, così come prevede la Direttiva europea che lo istituisce e rispetto alla quale l’Italia è inadempiente, poiché ne assegna la responsabilità alla presidenza del Consiglio". Tuttavia, per l'Arci occorre ora fare un passo avanti nella vicenda. "Siamo convinti che l’antirazzismo sia tema che riguarda tutti, tanto più chi esercita un ruolo pubblico nelle istituzioni - spiega una nota dell'Arci -. E su come risolvere i problemi legati all’integrazione, al dialogo interculturale, alle discriminazioni che quotidianamente tanti devono subire ci piacerebbe si concentrasse l’attenzione di chi ci governa o svolge un ruolo di rappresentanza, anziché sul supposto reato di ‘lesa maestà’ che la Meloni va denunciando". Per l'Arci, quindi, "sarebbe più utile al Paese discutere di come realizzare una vera integrazione piuttosto che di prerogative parlamentari". Spostare il dibattito sui problemi concreti, conclude l'Arci, "aiuterebbe a colmare il distacco tra cittadini e politica che ormai è sempre più evidente".

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