15 ottobre 2001 ore: 19:43
Non profit

Lo spettacolo di un popolo che chiede la pace e che non può essere messo alla berlina

MILANO - Quanto resiste la pace, la speranza di pace di un popolo, di una folla? Perché di una folla ieri si è trattato: in marcia tra Perugia e Assisi c'erano almeno 250 mila persone, come mai era avvenuto in precedenza. Ad un certo punto quasi tutti i 24 chilometri del percorso erano coperti di gente in cammino: alle 14, quando la testa del corteo era alle porte di Assisi, c'era ancora gente a Ponte S.Giovanni.
E qui i numeri sono reali, non gonfiati come in genere succede. Qui c'era molta più gente di quella che sabato 21 luglio era arrivata a Genova nei giorni caldi del G8 e della morte di Carlo Giuliani. E allora il "movimento" si autostimò in almeno 300 mila persone (attorno alle 100 mila le valutazioni della questura). Tutta gente reale quindi, in carne e ossa, non solo numeri. Come i tanti sindaci in fascia tricolore e gonfalone al seguito. Come il sindaco di Ruda, in provincia di Udine, area Ulivo, venuto alla marcia per manifestare a favore della pace, ma "con tanti dubbi su come si risponde al terrorismo internazionale" e senza sapere bene se c'è e quale potrebbe essere l'alternativa ai bombardamenti dell'Afghanistan. E così il sindaco di Amelia, e ancora il presidente del consiglio comunale di Matera. Tutti a favore della pace ma, bisogna riconoscerlo, con scarsissime idee sulle alternative possibili nella guerra al terrorismo.
Ieri abbiamo fatto la stessa domanda ai ragazzi, agli scout, a quelli dei no global, ai politici e ai "cani sciolti": il 70 per cento non ha saputo rispondere, e il resto raramente è andato al di là di un richiamo al ruolo (tutto da ridisegnare) dell'Onu.
Basta questo per sbeffeggiare tutta questa gente, per metterli alla berlina come "utopisti senza ragione", come succede negli editoriali di qualche giornale o in qualche talk show tv? No, perché era uno spettacolo vederli invadere come un fiume le strade, venire giù dalle colline, allargarsi per i campi. No, perché questa folla è fatta soprattutto di giovani. E forse non ha nessun senso dire, come ha detto Flavio Lotti della Tavola della pace alla conclusione della marcia, che qui "ad Assisi è riunita la parte migliore del Paese", ma certo questa è la generazione alla quale appartiene una parte del futuro di questo nostro Paese.

A Perugia sono arrivati in migliaia. Non solo gli scout, non solo gli habitué, ma tanta, tantissima gente comune. E se qualcosa resta di questa marcia sarà la contaminazione. Partiti ognuno sotto i proprio stendardi, ognuno con il suo gruppo, lungo i 24 chilometri della marcia ci si è persi e ritrovati in nuove compagnie; così i pacifisti integrali si sono ritrovati a discutere con quelli che erano andati a Genova contro il G8, le giovani mamme con i rasta con i capelli lunghi, quelli di Rifondazione con i "Beati i costruttori di Pace", gli scetticisti con gli utopisti. Erano tutti qui, in nome di un desiderio di pace e si sono ritrovati mescolati, uno nell'altro, uno ad ascoltare frammenti di ragione dell'altro. E a chi si pensava un puro è capitato di camminare accanto a un palestinese, e di scoprire, di toccare con mano quanto è diversa la propria visione della pace (e del pacifismo) se si vive a Como o a Gaza.
E chi era contrario alla partecipazione dei vari D'Alema, Castagnetti e Fassino che in Parlamento hanno votato a favore dell'uso della forza ha finito in qualche caso con il cambiare idea, e pensare che alla fine nessuno ha il monopolio delle buone idee e che, sì, "forse era giusto che ci fossero anche loro a marciare sulle strade di Perugia".

La contaminazione dunque. Anche questa è stato uno spettacolo. E varrebbe la pena che gli editorialisti, i politici di mestiere e di passione, i tuttologi di ogni marca e anche i preti scendessero un po' in piazza a guardarla e a conoscerla questa gente in carne e ossa: perché sono questi alla fine i loro lettori, i loro elettori, il loro gregge. Perché - e questa è un'altra lezione di questa edizione della marcia - quest
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