12 novembre 2013 ore: 14:40
Salute

Bambini in terapia intensiva, appello per "aprire le porte" ai genitori

Lettera al ministro Lorenzin: “Visto il beneficio della presenza dei familiari nei reparti pediatrici: perché non estendere questa possibilità alla terapia intensiva?”. La stessa richiesta per i disabili gravi adulti, "che spesso sono adulti solo per l’anagrafe"
Tania/A3/Contrasto Ospedale: unità terapia intensiva

ROMA – “Aprire le porte” della terapia intensiva, per consentire ai genitori di restare accanto ai loro bambini ricoverati: è questa, in sintesi, la richiesta indirizzata con una lettera al ministro Beatrice Lorenzin da Marina Cometto, mamma di una donna gravemente disabile e “portavoce” di tante famiglie come la sua. “Ho ricevuto molte testimonianze riferite alla permanenza dei propri figli in rianimazione o terapia intensiva, e tutte erano colme di dolore, sia per il fatto di vedere soffrire la propria creatura, ma anche per il fatto di doverla lasciare da sola, senza il conforto e la presenza della mamma o del papà”, riferisce Marina Cometto rivolgendosi al ministro per chiedere che sia reso possibile ai genitori un accesso più libero a un reparto in cui generalmente è possibile entrare solo per una o due ore al giorno. “Sì, perché, ministro Lorenzin , come lei certamente ben sa, nessun medico è mai riuscito a chiarire il dilemma, nessun medico può asserire con certezza quando e quanto una persona ‘sente’ quando si trova in rianimazione o in terapia intensiva”. 

Non si può infatti escludere che le persone ricoverate in terapia intensiva e in molti casi apparentemente incoscienti, in realtà poi abbiano una forma di percezione e consapevolezza. Come dimostrano alcune righe scritte da una persona dopo l’esperienza del ricovero in rianimazione e riportate da Marina Cometto nella lettera al ministro: “È stata molto dura, specialmente quando mi sono risvegliata in rianimazione, intubata, impossibilitata a muovermi e a parlare, quasi incapace di respirare ma perfettamente lucida. Sono rimasta intubata da sveglia una notte e un giorno, ma mi è sembrato un secolo... Ho vissuto in prima persona, sia pure per poco, cosa significa essere un corpo in balia degli altri, mendicare un gesto d'attenzione, aspettare una semplice carezza come un assetato nel deserto...Sì, perché la rianimazione è il regno delle macchine, io non ero più io, ero solo un corpo nudo e dolorante attaccato a dei monitor, piena di tubi, drenaggi, sonde. Solitamente (così dicono, ma ho qualche dubbio) in rianimazione non si è molto presenti, si trascorre quel periodo nella semi-incoscienza, quindi dovrebbe pesare di meno. Ma per me non è stato così, vedevo e sentivo tutto, e quando qualcuno mi trattava come un essere umano e mi toccava con delicatezza e rispetto mi sembrava subito di stare meno male”. 

E’ da questa possibilità di una vita cosciente anche dietro l’apparente incoscienza, che nasce l’appello di Marina Cometto, forte dell’esperienza di 40 anni accanto a una figlia con cui ha dovuto inventare una forma di comunicazione tutta diversa da quella comune. “I nostri figli – spiega infatti Cometto - pur nella gravità delle loro condizioni sia fisiche che psichiche ‘sentono’ anche quando sono sordi, ‘vedono’ anche quando sono ciechi, ‘capiscono’ anche quando sono molto colpiti nella sfera cognitiva. E tutto questo perché noi genitori con le nostre carezze, con i nostri baci, con i nostri sorrisi, con la nostra sola presenza trasmettiamo loro tutte le possibili sensazioni perché loro si sentano prima di tutto amati. Non si capisce allora perché non possiamo stare loro vicino quando devono affrontare la terapia intensiva o la rianimazione, che sovente accompagna inesorabilmente verso ‘l’ultimo viaggio’. In alcune rianimazioni è permesso visitare l’ammalato per mezz’ora al giorno, in altre per un’ora o due dilazionate nella giornata, in alcune non è prevista alcuna presenza”.

È ormai però dimostrato e riconosciuto il beneficio della presenza dei familiari nei reparti di pediatria, così come nei reparti per adulti con gravi disabilità: tale presenza – fa notare la Cometto – “ha tra l’altro ha sollevato gli operato sanitari da un non indifferente carico di lavoro, peraltro con un indubbio beneficio economico per le casse delle varie aziende ospedaliere e della collettività”. Ecco quindi la proposta: “estendere la presenza dei genitori almeno per otto o dieci ore nell’arco della giornata e per tutta la notte, momento della giornata che certamente risulta più angosciante. Questo – osserva la Cometto - permetterebbe agli operatori di svolgere ugualmente il loro lavoro, mentre i degenti e i genitori potrebbero mantenere un rapporto fatto di presenza, di carezze, di gesti abituali. Si eviterebbero in molti casi le piaghe da decubito, perché l’assistenza sarebbe più assidua, e sarebbe motivo di conforto sia per il malato che per i genitori”. La stessa possibilità dovrebbe essere riconosciuta ai genitori di pazienti disabili gravissimi adulti, “che spesso – osserva la Cometto - sono adulti solo per l'anagrafe”. In conclusione, “chiedo quindi a Lei, ministro, così come all’Ordine dei Medici, alle Direzioni sanitarie delle aziende ospedaliere e agli operatori sanitari dei vari livelli di lavorare anche in questo senso per migliorare la Sanità italiana, per offrire sì ai cittadini servizi sempre migliori e efficienti, ma anche un servizio sanitario nazionale sempre più umano”. (cl)

© Riproduzione riservata Ricevi la Newsletter gratuita Home Page Scegli il tuo abbonamento Leggi le ultime news