10 novembre 2008 ore: 12:32
Immigrazione

Bambini rom, ''vanno allontanati dalla famiglia''

Indagine di Fondazione Migrantes e Università di Verona sui minori in affidamento o in adozione a famiglie non rom. Gli esperti: ''Pericolosa equiparazione tra un minore rom e un minore maltrattato''

ROMA – Ladri di bambini o derubati dei loro figli? Una ricerca in due fasi - commissionata dalla Fondazione Migrantes al dipartimento di Psicologia e Antropologia culturale dell’Università di Verona e curata dall’antropologo Leonardo Piasere, uno dei massimi esperti italiani in materia di rom – cerca di fare luce su un fenomeno molto spesso al centro delle cronache: quanti bambini figli di rom o di sinti, sono stati dati in affidamento o in adozione dai Tribunali del minori italiani a famiglie gagé (non rom)? Ma anche: è vero che i rom rubano i bambini italiani e quanti sono – eventualmente – i tentati rapimenti di rom da parte di non rom? l progetto di ricerca “Adozione dei minori rom e sinti”, condotto da Carlotta Saletti Sanza, si basa sulla raccolta il più esaustiva possibile di dati relativi all’affidamento e all’adozione di minori rom e sinti a famiglie non rom da parte dei tribunali dei minori italiani, nel periodo compreso tra il 1985 e il 2005. La ricerca si basa sulle dichiarazioni di adottabilità registrate presso otto tribunali minorili sui ventinove presenti in Italia (Torino, Bologna, Bari, Lecce, Trento, Firenze, Venezia e Napoli) e sulle informazioni raccolte nei servizi sociali di territorio, comunali e ospedalieri, in materia di allontanamento dei minori dal nucleo familiare. Complessivamente sono stati rilevati oltre 200 casi di minori rom e sinti dichiarati adottabili.

Da questa analisi – spiega Carlotta Saletti Salza – emerge la pericolosa equiparazione tra un minore rom e un minore maltrattato. Come se una cultura “altra” potesse far male a un bambino solo per il fatto di essere diversa. Molti magistrati minorili e molti operatori ritengono i bambini in una situazione di pregiudizio soltanto perché rom o perché vivono nei cosiddetti “campi nomadi”. Un’idea che – secondo l’autrice della ricerca – nasce dall’implicita convinzione che la popolazione rom non preveda alcuna tutela dell’infanzia e che manchi totalmente della capacità genitoriale. Da tali presupposti consegue che l’intervento di tutela sociale e civile del minore diventa in primo luogo quello di tutelarlo dalla sua famiglia o dalla sua cultura.

E allora cosa accade ai minori rom? Tra i casi presi in esami dalla ricerca vi sono situazioni nelle quali i minori trovati in strada da soli o con gli adulti di riferimento vengono allontanati dai genitori e poi inseriti in comunità. Una volta in comunità il provvedimento del tribunale dei minorenni dispone che i minori non possano più incontrare i propri familiari, fino al termine dell’istruttoria. Concretamente questo vuol dire che i bambini non possano più incontrare i propri genitori per lungo tempo, con gravi conseguenze nella loro relazione. In altri casi i minori vengono allontanati dalla famiglia perché i servizi sociali valutano che le condizioni abitative non sono adeguate alla loro tutela. Oppure può accadere che l’allontanamento avvenga perché un bambino “mangia con le mani” o “non indossa il pigiama per andare a dormire”.

Insomma, pur non volendo escludere l’esistenza di situazioni di effettivo abbandono di minori rom, la ricerca mette in evidenza la contraddizione nella quale cadono in molti, operatori sociali e magistrati minorili, di identificare sempre il minore rom come abbandonato. Posti questi presupposti, quale soluzione è possibile? Per Carlotta Saletti Salza bisognerebbe disporre di strumenti di conoscenza che si avvicinino il più possibile al contesto culturale del minore, ma anche “smettere di pensare alle cultura rom come una cultura statica e immutabile, come se i minori fossero destinati alla povertà materiale e culturale dei loro genitori”. Se i rom vivono nei “campi nomadi” – prosegue l’autrice – non è per loro volontà, ma per la scelta delle amministrazioni comunali “di mantenere queste comunità in una condizione di grave precarietà sociale e civile”. E allora se i bambino rom oggi non sono tutelati – conclude – “la responsabilità è solo nostra”. (ap) (vedi lancio successivo)

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