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Non è facile ritrovarsi a ventotto anni con la sensazione di chi ancora non ha cominciato a vivere, di chi sa di non aver fatto ancora nulla. E ancor più sconvolgente è dover crescere in un attimo, in un momento che sembra adatto a qualsiasi cosa, qualunque cosa che non sia crescita, responsabilità, maturità e dipendenza. Cristovão, arrivato all’età di ventotto anni disoccupato perché aspirante scrittore, è ingenuamente felice di diventare finalmente padre. Il destino però gli ha riservato una sorpresa crudele e drammatica. Felipe, il suo piccolo è affetto dalla sindrome di Down, una malattia genetica che lo costringerà ad uno sviluppo ritardato e parziale che lo condannerà a una irrimediabile fragilità. Cristovão dovrà accettare nel tempo che suo figlio rimarrà “bambino per sempre”. Il mondo allora gli crolla addosso e una rabbia sorda lo travolge e lo divora. Eppure la vita lo sorprenderà generosamente giorno dopo giorno. Cristovão comincerà a guardare quel bambino con occhi diversi. Si ritroverà con lui ad affrontare le difficoltà, ad ascoltare i suoi bisogni, a condividere le loro emozioni, imparerà a proteggerlo e ad amarlo. E paradossalmente Felipe che non può crescere, farà crescere suo padre: con la sua presenza, la sua richiesta di attenzioni, quel bambino trasformerà un giovane freddo e indifferente alla vita in un adulto, tormentato, ma amorevole e attento nell’“assistere” il figlio, con cui riuscirà a instaurare un rapporto d’affetto reciproco e coinvolgente.