20 maggio 2016 ore: 10:51
Economia

Barbonismo domestico: a Roma 660 casi in 12 anni

Sono anziani, quasi tutti italiani, la metà ha una casa di proprietà e si tratta in genere di persone non note ai servizi. Vivono la marginalità isolati nella propria abitazione, in cattive condizioni igieniche e spesso con problemi di salute mentale. In un libro il primo bilancio sul fenomeno nella capitale
Barbonismo domestico
Barbonismo 3

ROMA - Vivere la marginalità in casa propria, spesso in cattive condizioni igieniche, in una condizione di isolamento relazionale e a volte convivendo con patologie psichiatriche. E’ il cosiddetto barbonismo domestico, un fenomeno poco visibile nelle grandi città, ma che negli ultimi anni sta emergendo grazie al lavoro degli assistenti sociali e di alcuni servizi dedicati al problema. E i trend osservati sembrano parlare di un aumento per i prossimi anni. A fare una prima accurata analisi è Luca Di Censi, sociologo e autore del libro “Uno studio sul barbonismo domestico nell’area metropolitana di Roma. Tra poverta`, Sindrome di Diogene e disposofobia”, edito da UniversItalia. Il testo è il primo in Italia che cerca di inquadrare un fenomeno difficile da intercettare. Il territorio interessato è quello della città di Roma, mentre i dati raccolti partono dal 2002 e rappresentano un vasto archivio di casi che permettono di dare una lettura completa ad un fenomeno complesso.

-Nella capitale sono 660 i casi di barbonismo domestico segnalati dal 2003 al 2014 alla Sala operativa sociale del Comune di Roma. “E’ un fenomeno che riguarda tutte le fasce di popolazione esclusi i minori, ma a volte ci sono anche loro all’interno dei nuclei - spiega Di Censi -. L’isolamento relazionale è dovuto a traumi e può essere correlato a pregresse o insorte patologie psichiatriche a cui si associa tutta quella caratterizzazione tipica del barbone in casa: cattive condizioni igieniche o anche l’accumulo di oggetti”. Un fenomeno, spiega Di Censi, che spesso viene alla luce “nel momento più catastrofico”, cioè quando il vicinato lamenta cattivi odori o in situazioni ancora più critiche. Questo perché, spiega il testo, si tratta di “persone perlopiù non note alla rete dei servizi socio-sanitari o, seppur prese in carico in passato da servizi sanitari, non più agganciati ad essi”.

I dati raccolti e analizzati nel testo parlano di soggetti anziani, soli e quasi tutti italiani: gli stranieri sono solo il 3 per cento. Minima la differenza tra uomini e donne, con una lieve predominanza di queste ultime (sono il 51,7 per cento), “da interpretarsi come un dato in linea con la distribuzione demografica nazionale”, specifica il testo. La fetta più cospicua di persone interessate è quella degli over74: sono il 49 per cento. Tra 65 e 74 anni sono il 21 per cento. Non mancano quelli che non hanno ancora raggiunto i 65 anni, rappresentano il 30 per cento dei casi rilevati dalla Sala operativa. “Un’età` ampiamente correlata a pluripatologie - spiega Di Censi - oltre che a una serie di problemi di gestione della propria persona. Ovviamente queste criticita` nella citta` di Roma assumono elementi distintivi piu` problematici, che spesso degenerano in forme di grave marginalita`”. Anziani solitari (lo sono sei su dieci) spesso per scelta, per cause naturali o per rotture nelle proprie reti familiari. Il 44 per cento delle persone risulta celibe o nubile, il 27 per cento sono vedovi. Solamente il 18 per cento e` coniugato e l’1 per cento convivente, mentre si registra un 6 per cento di divorziati e il 4 per cento di separati. Nonostante le criticità, si tratta di persone che hanno una certa stabilità alloggiativa. Più della metà di loro, il 51 per cento, vive nella casa di proprietà. Il 15 per cento è locatario presso alloggi di edilizia popolare o di enti e un 25 per cento da privati. Solo il 5 per cento è in emergenza abitativa. “La stabilita` abitativa in questi soggetti e` una costante, anche perche´ il manifestarsi del barbonismo domestico - spiega il testo -, escluso alcuni casi, e` graduale e l’inagibilita` della casa avviene in un lungo periodo di tempo, di conseguenza e` raro trovare persone in barbonismo domestico che non abbiano una stabilita` abitativa”.

Essere in possesso dell’abitazione in cui si vive e avere anche un reddito, però, non salva queste persone dalla marginalità. Lo dimostrano i dati raccolti dalla cooperativa sociale Ambiente e Lavoro Onlus da gennaio 2012 a dicembre 2015 durante lo svolgimento di un servizio domiciliare per oltre 300 casi di barbonismo domestico finanziato dal Dipartimento delle Politiche Sociali di Roma Capitale ai quali si sono aggiunti altri 60 casi del progetto della Regione Lazio di contrasto alle nuove povertà. “Gli utenti non possono essere identificati con una condizione di poverta` economica - spiega l’autore nel testo - poicé tra questi si registrano anche redditi al di sopra delle note linee di poverta`”. Per questo, spiega l’autore, leggere il fenomeno in termini esclusivamente economicistici e` “riduttivo e fuorviante”. “I soggetti in barbonismo domestico, infatti, dequalificano i loro averi o non sono in grado di gestirli e, di conseguenza, non riescono a soddisfare i propri bisogni scivolando in situazioni di grave marginalita` fino alla poverta` estrema. Il disporre di redditi e di un potere di acquisto equiparabili a quelli del ceto medio non e` sufficiente a sfuggire a questa situazione di marginalita`”.

Barbonismo domestico 2

Ad essere coinvolto è tutto il tessuto cittadino. Lo dimostrano le mappe della sua diffusione all’interno del Grande raccordo anulare. Una distribuzione “a macchia di leopardo”, spiega Di Censi, che tocca quartieri più agiati e periferie senza distinzioni. Che si tratti di una condizione complessa lo dimostrano anche i dati sul titolo di studio degli assistiti raccolti dalla cooperativa Ambiente e Lavoro Onlus. Il 40 per cento di questi, infatti, e` in possesso del diploma o della laurea; il 24 per cento della licenza elementare e il 35 per cento della licenza media inferiore. “Il barbonismo domestico è un’interconnessione di diverse problematiche - spiega Di Censi -, sia sociali che sanitarie. Passando per le psicologiche che sono centrali per il discorso relazionale. Riduttivo schiacciare tutto a livello sanitario”. Per questa ragione, aggiunge Di Censi, la risposta dei servizi non può che essere a sua volta articolata. “Occorre una maggiore sinergia e predisposizione di tutti i servizi coinvolti a lavorare più celermente rispetto ad alcune situazioni - aggiunge il sociologo -. Non si può dare una risposta settoriale, bisogna entrare in un’ottica di sinergia. La complessità dei problemi richiede risposte complesse, che non possono arrivare precodificate da un servizio o dall’altro”. 

L’aspetto più preoccupante, però, riguarda il futuro. I dati raccolti a Roma non hanno solo il merito di aver illuminato una zona d’ombra della marginalità nel nostro paese, ma permettono di avanzare ipotesi sui trend. “Ci sono delle correlazioni quali l’invecchiamento, l’assottigliarsi delle reti familiari, sociali e se non si cambia direzione rispetto anche ad un welfare generativo e un maggiore coinvolgimento per ricostruire socialità nei contesti locali probabile che il fenomeno aumenti”, mette in guardia Di Censi. C’è poi tutta quella fascia di persone dipendenti da sostanze, soprattutto oppiacei, che rischia di finire in questo nuovo girone. Persone che a causa dell’uso degli stupefacenti vivono già un isolamento relazionale e sono “maggiormente esposte al barbonismo domestico”. Tutte questioni che lasciano presupporre, secondo il sociologo, che il fenomeno “avrà una sua prevalenza maggiore negli anni”. (ga)

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