19 novembre 2015 ore: 12:46
Immigrazione

Bataclan, giovani terroristi che "odiano chi si gode sfacciatamente la vita"

Parla Maria Chiara Prodi, bolognese, coordinatrice artistica dell’Opéra Comique di Parigi: “Gli attentatori sono ragazzi francesi che colpiscono coetanei con uno stile di vita che li infastidisce perché rappresenta una vera alternativa alla loro: così vicina eppure così inaccessibile”
Un concerto al Bataclan Un concerto al Bataclan

PARIGI – “La sfida per questa generazione sarà quella di resistere. Ci sono generazioni che creano gli eventi, come quella del ‘68. Altre, come la nostra, che dagli eventi sono raggiunte e colpite”: il filosofo francese Frédéric Worms, professore all’Ècole Normale Supérieure di Parigi, sulle pagine di Libération ha parlato così di quella che, dopo i fatti dello scorso venerdì, è stata ribattezzata ‘generazione Bataclan’. “Gli attentatori non sono altro che giovani francesi che colpiscono altri giovani che hanno uno stile di vita che li infastidisce: lo fanno per motivi ideologici, ma non tralascerei quelli psicologici e sociali, sui quali magari possiamo intervenire nel nostro piccolo”: ce lo racconta telefonicamente Maria Chiara Prodi, 37 anni, bolognese naturalizzata francese, con il doppio passaporto, esattamente come il marito. A Parigi da 11 anni, è la coordinatrice artistica dell’Opéra Comique (“Il teatro dove è nata la Carmen di Bizet”, specifica emozionata). “Venerdì sera stavamo andando a letto, quando abbiamo sentito la notizia. Siamo restati svegli fino alle 3 di notte, per metterci in contatto con tutti i nostri amici che abitano in quelle zone. Peraltro non distanti da casa nostra, considerato che viviamo nel 12ème arrondissement”. 

Per Maria Chiara non è da sottovalutare la zona in cui si sono registrati gli attentati (escluso quello allo Stade de France): Parigi est, i quartieri più progressisti, multiculturali, creativi, poliglotti. “È per questo che dico che i delitti commessi non sono avvenuti in quelle strade per caso: i responsabili della strage sono ragazzi che hanno una visione critica della società consumistica in cui sono cresciuti, che hanno qualche esempio di integrazione riuscita, ma non una risposta che parli a tutta una generazione. Il paradosso è che i giovani che hanno ucciso sono proprio quelli che si battono per l’integrazione, e che sarebbero al loro fianco per risolvere insieme i problemi e promuovere la cultura dell’inclusione”. Gli attentatori, insomma, avrebbero scelto qualcosa di familiare, ma allo stesso tempo frustrante, “perché rappresenta una vera alternativa allo loro vita, così vicina eppure così inaccessibile”. I loro obiettivi sono persone non sfacciatamente ricche, ma sfacciatamente in grado di godersi la vita. Un po’ come successe durante le ‘émeutes’, le rivolte del 2005 che da Clichy-sous-Boissi sono diffuse in tante banlieue di Francia (e che colpirono con forza anche Saint Denis, il paese oggi al centro delle cronache), nelle periferie più colpite da disoccupazione e insicurezza: “I protagonisti di quelle violenze urbane non volevano distruggere le banche dei quartieri centrali, ma le macchine degli operai appena più ricchi di loro”. -

Maria Chiara, nipote dell’ex presidente del Consiglio, spiega come le radici di queste stragi vadano ricercate nella storia passata e nelle scelte recenti: “I percorsi di integrazione non si sono mai conclusi, e chi vive in determinate zone – come le banlieue – non ha percezione di avere di fronte a sé un percorso di realizzazione accessibile, come tra l’altro, accade a molta parte della gioventù europea. Guardando con occhio esterno la società francese, poi, si ha l’impressione che nel passaggio da monarchia a repubblica alcune scelte sono rimaste invariate: se prima c’erano gli aristocratici, oggi ci sono i funzionari dello Stato, se prima c’era il re, oggi c’è il Presidente della Repubblica. Chi può assurgere a un ruolo decisionale fa parte sempre della stessa categoria: viene dalle stesse scuole, ha la stessa formazione. Per delle minoranze semi-organizzate è molto difficile riuscire a farsi sentire, a prendere la parola, avere un proprio protagonismo. È così perché ci si scontra con l’organizzazione mentale e strutturale dei francesi”. 

L’impressione di Maria Chiara è che la Francia di default parli a un cittadino nel suo essere individuo, ateo, capace di rivendicare i propri diritti perché sono accessibili. Questi episodi dimostrano i limiti di una tale impostazione, perché non c’è spazio in un’agorà pubblica per integrare la propria spiritualità o il proprio gruppo al vivere civile: “Anche io, da cattolica, certe volte mi sono sentita trattata con sufficienza. E da immigrata capisco quanto stringersi attorno a una comunità sia un bisogno, a patto che non ci si chiuda al mondo esterno”. Per questo è ancora più importante impegnarsi per un sano protagonismo che ponga fine all’assistenzialismo vittimista, e contemporaneamente a un lavoro collettivo contro lo Stato islamico, “per togliere l’aria a questi potenziali germi di fondamentalismo”. 

E mentre  le teste di cuoio facevano irruzione in un appartamento a Saint Denis alla ricerca di Abdelhamid Abaaoud, considerato la mente degli attentati del 13 novembre, in Siria le bombe francesi continuavano a cadere. “La Francia non è entrata in guerra sabato: era già in guerra. L’interventismo è una caratteristica fondante dell’identità nazionale: sennò non si spiega perché il giorno della Rivoluzione francese si festeggi con una parata militare. Prima della Siria hanno bombardato il Mali e la Libia. È una posizione che non condivido: anche perché poi sono i primi a pagarne le spese, scegliendo di esporsi in solitaria”. 

Secondo Maria Chiara serve reagire in maniera compatta, con la consapevolezza che quelli di Charlie Hebdo e del 13 novembre non sono episodi isolati: “Tornare a uscire per divertirsi è una forma di resistenza, ma contemporaneamente non vogliamo strafare, né sforzarci”. E racconta della reazione dei francesi, che hanno ricominciato a lavorare e a usare i mezzi pubblici: “Questo coraggio mi impressiona: si pensa sempre che il coraggio sia qualcosa di eccezionale, in realtà è quello che vedo adesso per strada. Il mio parroco per sabato pomeriggio ha organizzato un pomeriggio di letture di fiabe tra bimbi cristiani e musulmani. Mi è sembrata una gran bella cosa. Anche per i grandi”. (Ambra Notari)

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