Beata torna in Polonia. Con lei marito e figlio italiani, migranti al contrario
ROMA – La fine dell’anno scolastico segnerà anche la fine, almeno per il momento, della sua esperienza migratoria: e l’inizio di quella del marito. E del figlio. Beata è nata in Polonia, è arrivata in Italia nel 2001, per lavorare come infermiera. Ha sposato un italiano e con lui ha avuto un figlio, che oggi ha 7 anni e sta concludendo, proprio in queste ore, la prima elementare in una scuola del Pigneto. Domani saliranno tutti, lei con il marito e il figlio, sull’aereo che li porterà in Polonia, nel paese di 42 mila abitanti - Boleslawiec - da cui Beata è partita 14 anni fa.
- Parla un italiano fluido e racconta con molta lucidità la sua esperienza e il suo prossimo progetto: “E’ stato mio marito a decidere di andarsene, proprio lui che è italiano. Dice che il suo paese lo ha disgustato e, dopo tanto riflettere, abbiamo deciso di andarcene. Abbiamo preso in mano un mappamondo e considerato tante ipotesi, tra cui le Canarie. Alla fine, abbiamo capito che la Polonia potrebbe essere la scelta migliore: lì l’economia è in ripresa e ci sono buone possibilità. Non possiamo perdere questa occasione, anche se lasciare Roma è triste: abbiamo tanti amici, mio figlio è felice a scuola, sia con i suoi compagni che con le sue maestre. Per questo abbiamo aspettato che concludesse l’anno. Ma oggi è l’ultimo giorno di scuola e domani partiremo”.
La crisi, Beata e suo marito, l’hanno attraversata con grande evidenza: “Io, quando sono arrivata nel 2001, ho trovato subito lavoro come infermiera: è bastato far tradurre il mio diploma e poi ho preso servizio in ambulanza. Anni dopo, ho conosciuto mio marito e ci siamo sposati: lui ha un’autorimessa, allora funzionava bene. Sette anni fa è nato nostro figlio”. Ora, le cose sono decisamente cambiate: “Io non riesco più a lavorare come infermiera, anche se ho preso, nel frattempo, anche la laurea triennale. Così, ho iniziato ad aiutare mio marito in autorimessa, dove pure la crisi si sente forte: ha perso tanti clienti e ha dovuto licenziare un operaio. Ma la crisi la sentiamo anche nelle relazioni: i pochi clienti che vengono in garage sono nervosi, fanno di tutto per ottenere uno sconto e basta un piccolo pretesto per litigare. Così, non ce la facciamo più, mio marito è esasperato. Noi non vogliamo vivere nel lusso, ma avere una vita tranquilla e serena”.
E poi, ci sono i numeri. “Qui a Roma viviamo in affitto, quasi mille euro al mese. In Polonia, invece, sono riuscita, in questi anni, a costruire una casa, con i soldi messi da parte: 200 metri quadrati e mille di giardino. L’ho venduta a 100 mila euro e stiamo comprando un appartamento più piccolo: 3 stanze e giardino, 50 mila euro. Con il resto dei soldi, avvieremo un’attività di caffetteria, pasticceria e gelateria nel mio paese: bastano 3-4 giorni per tutte le pratiche burocratiche e 100-200 euro di spese, più l’affitto del locale, che proprio al centro del paese ci costerà 1.400 euro. Ci sembra una buona chance, un’opportunità da non perdere. Certo, mio figlio lascerà la scuola e gli amici e questo ci dispiace, ma guardiamo al futuro”. Il caso di Beata, tra l’altro, non è né unico né raro: “Diverse famiglie straniere stanno facendo la stessa scelta – ci racconta Daniela, una mamma della stessa scuola - il figlio di Beata è in classe con mio figlio ed è già il secondo bambino straniero che parte, quest'anno, per tornare nel paese d'origine. Proprio alcune settimane fa, sempre in classe di mio figlio, abbiamo organizzato una festa per un compagno rumeno che, pure lui, stava partendo, prima ancora che finisse l’anno scolastico. Per i compagni, è sempre una separazione triste". Ma anche per chi parte non è facile: "Roma ci mancherà - assicura Beata - Soprattutto, ci mancherà l’intercultura, che nel mio paese non esiste, perché ci abitano solo polacchi. Qui invece mio figlio è abituato ad andare a scuola e giocare con bambini del Bangladesh, dell’India, della Cina e di tutto il mondo: nessuno è strano, nessuno è diverso. Tornare in un ambiente chiuso non sarà facile. A dobbiamo guardare avanti: e l’Italia, in questo momento, non ha un futuro da offrirci”. (cl)