21 gennaio 2014 ore: 11:15
Giustizia

Belle fuori e "dentro". I trucchi delle detenute per sopravvivere al carcere

Essere donne in carcere, curare i luoghi, personalizzare e umanizzare uno spazio deprivante. In un libro utile a tutti, i rimedi delle detenute di Rebibbia per "ritrovare e rassicurare" la propria femminilità
Carcere: detenuta di Rebibbia tiene trucchi
“Abbiamo deciso di scrivere questo libro non solo per raccontare cosa significa essere donne in carcere, ma anche perché volevamo parlare di donne, tramandare i loro stratagemmi. Quelli ci aiutano a vivere qui dentro”. Sono le parole con cui le detenute della Casa Circondariale femminile di Rebibbia, raccontano, in un video di presentazione, il piccolo, agile e leggero manuale dal titolo “Ricci, limoni e caffettiere. Piccoli stratagemmi di una vita ristretta” (Edizioni dell’Asino 2013, pagine 86, euro 8). Il testo raccoglie testimonianze di detenute provenienti da diversi paesi, ognuna ha raccontato la propria storia e confidato il proprio rimedio “per sopperire a ciò che il carcere non contempla, ma che sovente determina il proprio sentirsi donna”. Dalla cucina alla salute, dai giochi alla poesia, piccole astuzie necessarie per salvare la mente e condividere col cuore, un universo di piccole e grandi soluzioni che si tramandano da madre a figlia, da nonna a nipote, ingegnosi miscugli per “ritrovare e rassicurare” la propria femminilità, creativi espedienti per arredare strutture e riciclare abitudini.

 

La vita in carcere è difficile, è un luogo che non solo rende ristrette le persone, ma inibisce, delimita e “comprime fortemente la personalità dell’essere e dell’agire di chi vi è ristretto”, rendere meno duro il regime della detenzione e raggiungere un grado di necessaria quotidiana ‘normalità” è determinante per la sopravvivenza. Le donne in genere sono fantasiose e per loro natura hanno la capacità di personalizzare il luogo in cui si muovano, forse più che gli uomini detenuti, a prescindere dalla durata della pena, le donne “instaurano un rapporto affettivo con lo spazio e le persone” fa parte “dell’’emozionalità femminile”. Hanno bisogno di curare i luoghi, personalizzare le celle, ristrutturare, contrastare, umanizzare uno spazio deprivante, rinominarlo e trasformarlo: “qui le donne, a volte inconsapevolmente, rispondono alla coercizione con modalità antiche, agiscono complicità femminili”.

“Vorremmo che il libro passasse di mano in mano, che arrivasse dappertutto, a tutte le donne, dentro e fuori al carcere, vorremmo anche che arrivasse agli uomini e a tutte le persone che non sanno quello che si prova qui dentro”. A volte scrivere richiede sforzo “richiede lasciarsi ubriacare di allegria”, le detenute si sono messe in gioco, hanno riso, si sono commosse, sono state in silenzio e hanno anche ballato…”. (slup)