13 marzo 2014 ore: 12:24
Salute

Anoressia e bulimia: 6 pazienti su 10 hanno altre patologie psichiatriche

Il 15 marzo Giornata dei disturbi del comportamento alimentare. I risultati di una ricerca ministeriale durata due anni su minori tra 8 e 17 anni. I fattori di rischio, i danni irreversibili, il ruolo delle famiglie in un problema che coinvolge 600 mila italiani
Giornata nazionale Anoressia 2014. Piedi sulla bilancia

ROMA – “Tante le suggestioni, intorno ai disturbi del comportamento alimentare (Dca). E, dopo tanta effervescenza, c’è bisogno, per noi tecnici, di riportare la discussione nell’alveo scientifico”. A parlare è il dottor Pierandrea Salvo, responsabile del Centro per i disturbi del comportamento alimentare e del peso dell’Ulss 10 Veneto di Portogruaro e del centro residenziale per la cura dei Dca “La casa delle farfalle”. Per Salvo sono quindi un segnale importante i master universitari sul tema avviati a Udine, in partenza a Milano Bicocca e in procinto di essere approvati a Padova. Inoltre “dalla messa in rete di alcuni dipartimenti di psichiatria è nata la Sipa, Società italiana di psicopatologia dell’alimentazione: un circuito messo in moto da tre anni che è luogo di dibattito scientifico”. Alla vigilia del 15 marzo, Giornata nazionale del fiocchetto lilla, dedicata proprio ai disturbi del comportamento alimentare, Salvo pone anche l’accento sulle cure: “Sugli esiti dei trattamenti riabilitativi va fatto un ragionamento globale. Ci sono strutture che li presentano sempre, e così la ricerca sulle cure può acquisire nuove consapevolezze e progredire, e c’è chi non li presenta”. Nella struttura pubblica di Portogruaro diretta da Salvo il dato che emerge su tutti, e stabile nel tempo, è che il 60% dell’utenza ha una patologia psichiatrica associata.

Una tendenza che è anche nazionale, come confermano i più recenti dati ministeriali, quelli della ricerca - avviata nel 2012 dal ministero della Salute in collaborazione con la Regione Lombardia e chiusa a febbraio 2014 - sui “fattori predittivi e le caratteristiche psicopatologiche dei disturbi del comportamento alimentare in età adolescenziale e preadolescenziale”.Il campione è di 1.380 pazienti tra gli 8 e i 17 anni, provenienti da sei diversi centri di cura italiani: A.O. San Paolo Milano, Villa Miralago, Cuasso al Monte (Varese), Residenza Palazzo Francisci di Todi (Perugia), Ircss Stella Maris, Pisa, Centro “G. Gioia”, Chiaromonte (Potenza); Policlinico S. Orsola Malpighi, Neuropsichiatria Infantile, Centro valenza regionale per i DCA in età evolutiva (Bologna).

Emerge, in generale, un abbassamento dell’età di insorgenza dei disturbi. Prevalgono sempre le femmine sui maschi malati, che comunque sono aumentati e rappresentano il 20 per cento del totale delle persone con Dca. Resta il dato dei 3 milioni di persone toccate da queste problematiche, mentre – come ci riferisce la psichiatra Laura Dalla Ragione che ha seguito lo svolgersi della ricerca – in Italia sono 600 mila i malati sotto i 14 anni.

Nella ricerca si legge che il 70 per cento dei pazienti censiti ha una diagnosi di anoressia nervosa (An), il 16 per cento di bulimia nervosa (Bn), il 7 per cento di disturbo da alimentazione incontrollata (Dai) o Binge Eating Disorder e il restante 7 per cento di “disturbi del comportamento alimentare non altrimenti specificati” (Danas, nell’acronimo inglese Ednos). Tante varianti di uno stesso ambito di patologia, i Dca, che dimostrano la necessità degli specialisti di descrivere sintomi e comportamenti differenti e con specifiche caratteristiche e anche la difficoltà di diagnosi.

Lo studio rileva un aumento esponenziale della compresenza di altre patologie psichiatriche nei bambini e adolescenti: nel 63 per cento dei giovani pazienti sono presenti altre patologie (disturbi fobico-ossessivi, depressione, attacchi di panico, dis-controllo degli impulsi e forme di autolesionismo come tagliarsi o strapparsi i capelli).

L’esordio precoce fa sì che le patologie siano sempre molto gravi e con conseguenze più severe di quelle ad esordio tardivo: la percentuale di osteoporosi con un blocco dell’accrescimento osseo è intorno al 43 per cento, molto più alta della percentuale della stessa patologia in età adulta, e tali conseguenze sono spesso irreversibili. “Un bambino che ha sofferto di anoressia nervosa a 10 anni con un conseguente blocco dell’accrescimento osseo – così si legge nella ricerca - anche quando recupererà non avrà mai la stessa altezza che avrebbe avuto se non si fosse ammalato”. Si altera gravemente anche la percezione dello schema corporeo, un sintomo ostico e molto doloroso e difficile da eliminare.

La ricerca ha focalizzato anche sui “predittori clinici”, i fattori che predisporrebbero all’insorgenza dei Dca: il “perfezionismo clinico” è presente nel 75 per cento dei casi di anoressia; la presenza di eventi traumatici (in particolare abusi o molestie sessuali) è collegata all’esordio precoce di tali patologie ed è presente nel 38 per cento dei casi. In età infantile si rilevano altri disturbi del comportamento alimentare che precedono la patologia, come i “disturbi selettivi dell’alimentazione” (38 per cento) e la disfagia psicogena (27 per cento).

La popolazione dei giovani pazienti è stata investigata insieme alle loro famiglie. Emerge una difficoltà nella gestione delle emozioni da parte dei familiari nel 38 per cento dei casi, con una diffusa scarsa capacità affettiva nel 48 per cento dei casi. Molto alto è lo stress nella famiglia a seguito della malattia del figlio (nel 68 per cento dei casi con livelli elevati) e questo rende assai importante il lavoro di sostegno e supporto per i familiari, senza il quale l’intera famiglia entra “in blocco emotivo”.

L’ambiente familiare è risorsa e parte integrante nella cura di queste patologie, e gli esperti pongono attenzione alla qualità delle relazioni che i bambini e gli adolescenti hanno con i genitori, osservando comportamenti genitoriali come l’attitudine a prendersi cura dei figli, gli affetti, la sensibilità, la cooperazione, la disponibilità, l’indifferenza, il rifiuto, il controllo. Inoltre – si legge nello studio – “si prende in considerazione anche la prospettiva dei genitori, verificando da una parte l’eventuale presenza di alcuni fattori stressanti, riconducibili alle caratteristiche del bambino, a quelle materne e paterne, e al loro bisogno di sostegno, il senso di fallimento, la misura in cui il disagio del figlio influenza l’intera famiglia, e i problemi riscontrati nel rapporto con i servizi sanitari”. (ep)

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