12 settembre 2015 ore: 12:55
Immigrazione

Bologna-Ventimiglia, le social street si attivano per aiutare i migranti

Dopo la segnalazione pubblicata sulla loro pagina Facebook, i residenti di via Fondazza, prima social street d’Italia, stanno raccogliendo coperte, scarpe, vestiti. Coinvolte anche altre social street bolognesi. Circa 200 i profughi ospitati nel campo di No Border a Ventimiglia
Migranti a Ventimiglia
Migranti a Ventimiglia

BOLOGNA – In poche ore hanno già raccolto molte coperte, tende e scarpe da donare ai migranti accampati a Ventimiglia. Sono i membri della social street di via Fondazza di Bologna che  rispondendo a un appello scritto sulla loro pagina Facebook si sono attivati per dare una mano. Così il garage di Luigi Nardacchione, uno dei residenti, si è trasformato in un piccolo magazzino, dove in tanti hanno iniziato a portare tutto ciò che poteva essere utile. “Quello che stiamo facendo è essere solidali e nulla di più – precisa Luigi Nardacchione –. Noi non vogliamo certo sostituirci ad associazioni o enti che si occupano di assistenza e accoglienza. Abbiamo letto il post che ha scritto una ragazza sulla nostra pagina e abbiamo deciso di aiutarla”. Un’iniziativa che non è rimasta isolata e che ha coinvolto anche altre social street sotto le Due Torri. “So che i ragazzi della Bolognina hanno iniziato una raccolta – continua Nardacchione –. Speriamo di riuscire a mettere insieme quante più cose possibili”. Non sono nuovi ad attività di questo tipo nella prima via social d’Italia. Da tempo in via Fondazza, infatti, i residenti portano vestiti usati nella piccola copisteria della strada, a disposizione di chi ne ha bisogno. “Tutto si muove in uno spirito di condivisione – spiega Nardacchione – e anche quello che stiamo facendo ora ha lo stesso intento”. Ma c’è già chi sta pensando di allargare la rete di solidarietà proponendo una raccolta fondi durante la festa, in programma per il 19 settembre, per i due anni dalla nascita della via più social e famosa di Bologna: di via Fondazza, infatti, ha parlato anche il New York Times.

I beni raccolti dai residenti di via Fondazza saranno consegnati agli attivisti di No Border che li porteranno a Ventimiglia all’interno del campo che gestiscono nella periferia della città, dove si trovano circa 200 migranti. Si tratta per lo più di ragazzi di vent’anni che qualche mese fa hanno tentato di entrare in Francia ma sono stati respinti dalla Polizia d’Oltralpe e rispediti in Italia. Le immagini dei migranti accampati sugli scogli del lungomare di Ventimiglia hanno fatto il giro del mondo rappresentando per lungo tempo il simbolo del fallimento delle politiche europee sull’accoglienza. Oggi quegli stessi ragazzi, dimenticati dai media perché l’emergenza oggi passa dal confine serbo-ungherese, hanno scelto di rimanere lì in un limbo fatto d’attesa e nella speranza di trovare un modo per riuscire a proseguire il loro viaggio. “In tanti hanno amici e familiari in Francia e restano qui al confine nella speranza di riuscire a passare per poterli raggiungere – racconta Massimiliano, uno degli attivisti di No border che si trova attualmente a Ventimiglia –. Ci sono persone che sono qui da mesi e altri che invece sono arrivati da poco”.

Per riuscire a gestire il numero di persone che si trovano nel campo, gli attivisti di No border hanno organizzato una serie di iniziative e stabilito un po’ di compiti per tutti. C’è chi si occupa della cucina e chi della sistemazione delle donazioni che arrivano da diverse zone d’Italia. “Durante il giorno tanti migranti seguono i corsi d’italiano tenuti da alcuni di noi – spiega Massimiliano –. In più abbiamo avvocati che li assistono nelle pratiche legali per la richiesta d’asilo”. Un lavoro che non si ferma mai visto il continuo arrivo di nuovi migranti lungo questa linea di confine. “Sembrava che il flusso di persone dovesse arrestarsi – conclude Massimiliano –  invece non è stato così. Ma, a differenza di prima, ora la polizia francese non li rimanda più in Italia ma li arresta e dopo averli identificati li porta all’interno di centri simili ai Cie italiani. Dopo di che avviano le pratiche di espulsione verso i loro Paesi d’origine”. (Dino Collazzo)

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