15 novembre 2011 ore: 16:58
Società

Bologna, la chiesa degli ucraini si apre alla città: “Festeggiate con noi”

A San Michele dei Leprosetti, in pieno centro storico, ogni domenica si radunano 400 persone, sopratutto donne. Padre Zhyburskyy: “Siamo parte integrante della città”. E invita i bolognesi a partecipare alla festa del patrono, il prossimo 20 novembre
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BOLOGNA – C’è un angolo di Ucraina nel cuore di Bologna. È la chiesa di San Michele dei Leprosetti, in pieno centro storico: qui si incontrano ogni domenica circa 400 persone, soprattutto donne, per partecipare alla messa in rito greco-cattolico, ma anche per passare un po’ di tempo fra connazionali. “Quando si oltrepassa la soglia della chiesa, sembra di non essere in Italia” dice padre Andriy Zhyburskyy, il sacerdote rettore di San Michele. “La maggior parte degli immigrati ucraini sono credenti. Alcune donne vengono qui alle 8 di mattina ogni domenica e rimangono fino alle 7 di sera. Tutti qui sono ucraini, preparano il tè, mangiano i piatti tipici”. La chiesa non è solo un luogo di culto, ma un posto attorno a cui ruota la vita sociale della comunità: qui si può ricevere sostegno e ascolto, trovare lavoro, educare i propri figli e celebrare insieme sia le feste religiose che quelle laiche, come il giorno dell’Indipendenza dell’Ucraina (il 24 agosto). Nella chiesa di San Michele ci sono anche una biblioteca e una libreria. “Ma non vogliamo creare un muro”, sottolinea padre Zhyburskyy: “Noi siamo parte integrante di Bologna. Anzi, il 20 novembre invitiamo tutti i bolognesi alla festa patronale di San Michele Archangelo”.
 
La comunità ucraina a Bologna conta circa 3 mila residenti: 2.500 sono donne con un’età media attorno ai 50 anni. In Italia lavorano come badanti o addette alle pulizie, e spesso hanno lasciato in Ucraina marito e figli. Per loro la religiosità è un elemento importante, perché aiuta a integrarsi. Lidia Korolyshyn, 63 anni, è arrivata in Italia per la prima volta nel 2000 e nel 2004 è stata una delle fondatrici della comunità dei fedeli di Bologna. “Grazie a dio c’è la chiesa, dove la gente che è arrivata può radunarsi, pregare, confessare”, spiega. “Prima ci incontravamo nei parchi. Se non ci fosse la chiesa, avrei una nostalgia insopportabile”. Per gli ucraini greco-cattolici, che seguono il calendario delle feste ortodosse, all’inizio i luoghi di peghiera erano in via Tagliapietre e in via Libia. Nel 2009 però alla comunità è stata assegnata la chiesa di San Michele: l’interno doveva essere interamente ristrutturato, e la maggior parte del lavoro è stata fatta volontariamente dai fedeli della comunità in circa due mesi.
 
Oggi la chiesa è in piena attività: ogni domenica ci sono due messe, alle 10 e alle 14. La prima è frequentata principalmente dalle donne che la domenica hanno un giorno di ferie e da alcune famiglie ucraine o miste. Alla seconda vengono le badanti che ritagliano un  attimo di tempo dal lavoro. “La mattina aiutano i loro assistiti ad alzarsi, gli preparano la colazione, poi il pranzo, infine mangiano e vengono di corso in chiesa. Passano due ore qui e poi di nuovo a casa a lavare i piatti e a preparare la cena”, racconta padre Zhyburskyy. In totale da San Michele passano circa 400 persone ogni domenica (un centinaio di mattina e 300 di pomeriggio) e durante tutto il giorno la chiesa non si svuota. Dopo la prima messa, le donne rimangono sui banchi per chiacchierare. Gli argomenti principali sono il lavoro e le famiglie lasciate in Ucraina. Nel pomeriggio alcune mamme si riuniscono per leggere la preghiera comune di “Madri in preghiera” (Mothers Prayers è un movimento di gruppi di preghiera fondato nel 1995 in Gran Bretagna) per i loro figli rimasti in Ucraina. In chiesa vengono anche le famiglie con i figli nati in Italia e quelle miste: qui cercano di insegnare ai propri figli le tradizioni e la lingua ucraina. Padre Zhyburskyy orgnizza lezioni di catechismo ogni settimana: “Siamo preoccupati per i bambini nati qui, che parlano meglio l’italiano che l’ucraino. Ai bambini mancano le parole: per questo c’è il catechismo dove insegniamo come si dice ‘Dio’”. (ilona nuksevica)
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