9 aprile 2015 ore: 11:37
Immigrazione

Braccianti stranieri, in Puglia 3 euro per raccogliere 3 quintali di pomodori

Rapporto Terraingiusta. In Capitanata condizioni di vita critiche, caporalato, lavoro nero e paghe misere. Le testimonianze dei migranti raccolte da Medu. “Durante la raccolta del pomodoro 6 mila migranti vivono in casali fatiscenti, baracche e tende”
Caporalato, sfruttamento lavorativo, raccolta pomodori immigrazione
Terraingiusta - copertina

ROMA - Tre euro per riempire un cassone da tre quintali di pomodori e la stagione della raccolta passata nei ghetti. Sono queste le condizioni di lavoro per molti migranti in Capitanata nei mesi estivi. È quanto raccontano gli immigrati incontrati da Medu, i Medici per i diritti umani che hanno raccolto dati e testimonianze dei lavoratori nel rapporto "Terraingiusta" presentato oggi a Roma. Il territorio raccontato per la Regione Puglia è la provincia di Foggia dove, secondo il Medu, "sono oltre 20 mila i migranti provenienti dall’Europa dell’Est e dall’Africa impiegati nel settore agricolo, che si dedicano durante tutto l’anno alla raccolta di frutta e ortaggi e nei mesi estivi, da luglio a settembre, alla raccolta del pomodoro". Un territorio difficile, spiega il rapporto, dove il nero e i salari da fame fanno da padrone. "Foggia è la provincia dov’è più alta la percentuale di lavoro nero (oltre il 50 per cento) e più basso il numero medio di giornate lavorative dichiarate (39 a persona) - spiega il rapporto -. La paga giornaliera è quasi sempre a cottimo ed ammonta a 3-3,50 euro a cassone da tre quintali. In una giornata di dodici ore un lavoratore riesce a riempire di solito una decina di cassoni per 25-30 euro al giorno. Da tale cifra è da sottrarre il costo del trasporto operato dai caporali (circa 5 euro)".

Alle difficili condizioni di lavoro, si aggiunge spesso la precarietà della sistemazione durante il periodo di permanenza nei pressi dei campi. "Durante la stagione della raccolta del pomodoro - spiega il rapporto -, circa seimila lavoratori migranti vivono in insediamenti precari: casali fatiscenti, baracche, tende". Sistemazioni precarie che col tempo si sono trasformate in veri e propri "ghetti". "Il principale - spiega il rapporto - è il “Gran Ghetto di Rignano”, popolato durante l’anno da circa 400 persone e nei mesi estivi da circa 1.500. Oltre al Gran Ghetto, sono presenti un’altra decina d’insediamenti costituiti, in alcuni casi, da baracche e, in altri, da casali abbandonati. Tra questi: il “Ghetto Ghana House” in zona Borgo Tre Titoli, a 10 chilometri da Cerignola, che ospita più di 800 persone nel periodo estivo tra casali fatiscenti, tende e baracche, e il “Ghetto dei bulgari”, nei pressi di Borgo Mezzanone, a circa 20 chilometri da Foggia, con accampamenti dispersi che ospitano circa 600 persone provenienti per lo più dalla città bulgara di Sliven".

La regione Puglia, tuttavia, non è rimasta a guardare, ma i tentativi messi in campo ad oggi non hanno ottenuto i risultati sperati. Nel corso della scorsa stagione, infatti, è stata lanciata l’iniziativa Capo free ghetto off, una task force della regione Puglia che ha cercato di dare una risposta concreta a questii problemi attraverso azioni mirate. "Nonostante il coinvolgimento di diversi attori della società civile nell’elaborazione e nell’implementazione dell’iniziativa - spiega il rapporto -, i risultati appaiono però ad oggi assai limitati. Il piano è rimasto in gran parte “un libro dei desideri” anche a causa di gravi carenze sia negli aspetti della pianificazione sia in quelli più propriamente operativi". Per padre Arcangelo dell'Associazione “Io ci sto” impegnata con i migranti presenti nei ghetti, però, per superare il caporalato è necessario "lavorare sulla regolarizzazione dei contratti di lavoro e la semplificazione dell’accesso alla residenza, sull’aumento dei controlli da parte delle istituzioni, sulla creazione di nuovi posti di lavoro con nuove forme imprenditoriali in cui i migranti possano essere attori principali. A questo sarebbe necessario affiancare una maggiore conoscenza dei diritti come lavoratori e, quindi, un potenziamento delle capacità di autoliberazione dalla schiavitù. Il tutto attraverso l’impegno delle istituzioni e il coordinamento con le associazioni".

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